Deftones
Koi No Yokan

2012, Reprise Records
Alternative Metal

La capacità compositiva incontra l'ispirazione, gli apparati uditivi ringraziano e le sinapsi si arrendono
Recensione di Lorenzo Zingaretti - Pubblicata in data: 02/01/13

Capita, certamente non troppo spesso, di incontrare una persona e avere una premonizione d'innamoramento: non un colpo di fulmine, ma una presa di coscienza su qualcosa che appare inevitabile. L'espressione giapponese “Koi No Yokan”, che dà il titolo al settimo album di studio dei Deftones, significa proprio “premonizione d'amore”, ed è l'appellativo più adatto che i nostri eroi di Sacramento avrebbero potuto trovare per questo disco. Perché da una parte è il sentimento che si ha durante i primi ascolti, con la sicurezza che prima o poi “Koi No Yokan” esploderà in tutta la sua bellezza. Dall'altra rappresenta una colonna sonora perfetta per questo amore in divenire: l'atmosfera sprigionata dai Deftones, infatti, si fa ancora più sognante ed eterea del solito.

Dopo il forzato stop dello storico bassista Chi Cheng, purtroppo ancora alle prese con i postumi del terribile incidente di quattro anni fa, i Deftones erano comunque tornati a colpire con “Diamond Eyes”, il loro riuscitissimo album del 2010. Passati altri due anni, ecco questo “Koi No Yokan”, che si presenta con un biglietto da visita eccellente, “Swerve City”, brano capace di riassumere la loro essenza come pochi. Potenza nel riffing, stacchi atmosferici, e soprattutto le melodie di Chino Moreno, un vero maestro nel sussurrare le parole perfette per chiudere gli occhi e cadere in un universo onirico cosciente. La tracklist è comunque più smussata del solito: come già anticipato nell'introduzione, ascoltando l'album senza pause si ha la sensazione che le parti melodiche siano prevalenti rispetto a quelle pesanti.

L'effetto rarefatto che spesso accompagna i Deftones viene rafforzato anche dalla durata dei brani, più dilatati del solito: per esempio “Tempest”, peraltro uno dei singoli estratti dall'album, scollina oltre i sei minuti. L'equilibrio si sposta ancora di più con “Entombed”, per chi scrive il vero capolavoro del disco: una sorta di ninna nanna delicata, con sfumature electropop e un testo che nasconde diversi riferimenti alla condizione dell'amico Chi. E la sensazione si moltiplica durante “Rosemary, che forte dei suoi quasi sette minuti distrugge ogni resistenza e fa collassare l'ascoltatore nel sogno deftoniano. Una canzone d'amore secondo Moreno e compagni, un altro avviso a quella premonizione citata nel titolo.

I Deftones hanno esperienza e chiara coscienza dei loro mezzi, e difficilmente sbagliano un disco. Come “Diamond Eyes”, anche questo album si attesta sopra la media delle uscite contemporanee, non soltanto con riferimento al mondo alternative. Chino Moreno è una garanzia, sia a livello lirico che vocale, la band lo supporta alla perfezione tramite quell'equilibrio tra potenza e melodia che da sempre ha caratterizzato il sound dei cinque di Sacramento. La capacità compositiva incontra l'ispirazione, gli apparati uditivi ringraziano e le sinapsi si arrendono: non si può far altro che dar ascolto al cuore e innamorarsi inesorabilmente di “Koi No Yokan”. È solo questione di tempo.



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