Pretty Maids
Pandemonium

2010, Frontiers Records
Hard Rock

Tradizione e modernità si intrecciano nella nuova opera dei Pretty Maids
Recensione di Daniele Carlucci - Pubblicata in data: 12/05/10

Dopo la pubblicazione di “Wake Up To The Real World“ nel 2006, continua l'idillio tra i Pretty Maids e Frontiers Records; a quattro anni di distanza la formazione danese torna sul mercato con il nuovo “Pandemonium” album in cui tradizione e modernità si fondono in un hard rock capace di svariare dalla melodia pura ai toni accesi e decisi che riportano alle radici heavy metal della band.

A tratti si sentono nell'aria echi di quel “Future World” che nel 1987 regalò il successo al gruppo, tutto in una sorta di rivisitazione in chiave odierna, con suoni chiaramente tendente all'antitetico, ma questo è normale e mi sorprenderebbe il contrario, dato che sono passati la bellezza di ventitre anni. Non sempre, personalmente, gradisco le sonorità moderne, spesso troppo artificiose ed ampollose, ma fortunatamente non è il caso di “Pandemonium”, nel quale ogni cosa è al posto giusto dando l'impressione di star ascoltando un'opera ben concepita e ben eseguita nella sua praticità. A questo si devono aggiungere tre cose che meritano di essere prese in considerazione: il lavoro certosino del produttore Jacob Hansen e l'ottima forma del vocalist Ronnie Atkins, che ha leggermente cambiato il modo di cantare (eh, il tempo passa per tutti...), ma non rinuncia a scalfire con la sua voce tagliente e corposa. Ah giusto, dimenticavo la cosa più importante: il tastierista Morten Sandager con questo disco entra stabilmente a far parte della formazione e il suo marchio di fabbrica è talmente lampante, da poter forse essere considerato ora come l'elemento principale nel sound della compagine danese. Le atmosfere create sono quasi prepotenti, se si fa caso a quanto siano predominati ed è questa forse la differenza più evidente rispetto al passato. Con queste premesse penserete che l'album sia un trionfo, ma non è tutto oro quello che luccica: infatti bisogna fare i conti con la qualità altalenante dei brani, che nella seconda parte del cd si affievolisce di parecchio. L'inizio è di quelli che non ti aspetti, con “Pandemonium” che prende e mette letteralmente con le spalle al muro, cogliendoti quasi impreparato all'impatto e “I.N.V.U.”, che tiene il passo pur trascinandosi più lenta e pacata. Degne di nota sono “Little Drops Of Heaven”, dolcissima e melodiosa semi-ballad , “One World One Truth”, caratterizzata da un ritornello molto incisivo e soprattutto “Cielo Drive”, esplosiva e travolgente cavalcata in cui le sfumature aggiunte da Sandager danno un tocco per certi versi epico al brano. In un ipotetico parallelo col passato si può dire però che il “lato B” non coinvolge come il “lato A” e infatti la seconda parte del disco scivola via senza particolari note di merito, anche se il lento “Old Enough To Know” è comunque apprezzabile.

“Pandemonium” è un buon album, piacevole e prodotto impeccabilmente e paga solo il fatto di dover fare i conti con un'ispirazione che sfuma verso la fine, andando inevitabilmente ad influire sul giudizio complessivo, che rimane in ogni caso più che positivo.



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