Prendete i primi Black Sabbath, facendo attenzione a non toglier loro la polvere di dosso, quindi aggiungete qualche pizzico di Goblin, Buon Vecchio Charlie, Banco Del Mutuo Soccorso ed altro progressive rigorosamente italiano: amalgamate bene il tutto e lasciate suonare per circa 40 minuti. Questa è la ricetta con la quale è stato sfornato “Corridors”, album dei nostrani Midryasi.
È la title track ad avere il compito di aprire le danze (sabbatiche), dove la voce, che pare giungere da inquietanti e lontane lande, una cupa chitarra e tastiere gobliniane scandiscono un ritmo veloce durante la strofa, ossessivamente veloce durante il ritornello, scaraventando così l’ascoltatore all’interno di un trip acido e vagamente inquietante che, tra miagolii di gatti neri, versi di randagi ed ululati sotto un temporale, prosegue la sua marcia fondendosi con “Woman Of Doom”, brano che trasuda atmosfere tipicamente settantiane, un progressive proveniente direttamente da una cripta abbandonata al proprio destino. L’incedere diviene più cadenzato ed ossessivo con “Steal My Breath”: a cantare pare quasi un profeta in preda a visioni mistiche, mentre le tastiere, seppure meno presenti rispetto al resto dell’album, rendono l’atmosfera ancor più surreale. In “The Cave” i Midryasi si muovono tra psichedelica ed ossessività per creare atmosfere quasi primitive, sino ad arrivare ad un interludio di sommesse percussioni simile ad una danza tribale udibile in lontananza. Uscendo dalla caverna, ci si accorge che la pioggia continua a cadere incessantemente, introducendo il brano più evocativo dell’intero lotto: più lenta delle altre composizioni nelle quali l’ascoltatore si è imbattuto, “Lize” è anche la più varia e la meglio bilanciata; il gran lavoro di tastiere sovrasta persino l’ottima prova degli altri strumenti, il che non è necessariamente un male. Termina la pioggia, ma non il nostro viaggio musicale. Così veniamo travolti dalla conclusiva, epica traccia di “Corridors”: “Another Hell Within (Space Suite Version)”, ultimo trip acido e convulso di ben quattordici minuti che farebbero la felicità immane del Tony Iommi più sulfureo. Quattordici minuti dai quali Dario Argento potrebbe trarre ispirazione per qualche memorabile scena inquietante ed ansiogena. Quattordici minuti in cui doom e progressive psichedelico si sposano alla perfezione, dando vita a ritmi ossessivi che mettono davvero a dura prova l’ascoltatore: o si fugge, o si rimane posseduti (il sottoscritto personalmente si è trovato a seguire la seconda strada).
Lungi dall’essere vagamente etichettabili (potrebbero esser identificati come progressive doom, qualora questa etichetta esistesse), il trio lombardo con “Corridors” si dimostra capace di realizzare un lavoro anacronistico (la produzione grezza e sfuggevole da qualsiasi tipo di modernità pare spuntare direttamente dagli archivi di qualche band anni ’70) ed al contempo assolutamente ispirato, merito di un'ottima intesa tra i componenti del gruppo, oltre naturalmente ad una grande ed approfondita conoscenza della musica, tanto dal punto di vista storico quanto da quello tecnico.

Midryasi
Corridors
2009, Iron Tyrant
Doom

01. Corridors
02. Woman Of Doom
03. Steal My Breath
04. The Cave
05. Hell Within (Space Suite Version)
02. Woman Of Doom
03. Steal My Breath
04. The Cave
05. Hell Within (Space Suite Version)





