Giubbonsky
Storie Di Non Lavoro

2010, Autoproduzione
Indie

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 05/02/11

Giubbonsky è un’anima musicale nomade che, dopo aver assunto i più svariati ruoli nei più svariati progetti musicali, approda a questo primo debutto solista, proponendoci 9 racconti di denuncia sociale in musica, musica che si può identificare in una sorta di cantautorato prevalentemente acustico fortemente venato di folk, tutto condito con una certa eleganza e pacatezza di suono.

Già, con “eleganza” cominciamo ad elencare i problemi di "Storie Di Non Lavoro": troppo patinate, difatti, le atmosfere che accompagnano i vari pezzi, ed il fatto che il Nostro si diverta, tra fisarmoniche e trombe, a citare strutture da liscio Casadei, piuttosto che da easy jazz stile telefilm anni ’80, rende tutto notevolmente… anacronistico. E stonato anche, in un certo senso. Basta ascoltare brani come “Non Lavoro”, dove una struttura acustica a metà strada tra De André e Conte viene irrimediabilmente rovinata dalla fisarmonica, oppure il ritornello completamente slegato dalla struttura della strofa di “Flatulente” (…che brutto titolo!), dove a Miami Vice si contrappone l’oratorio, senza soluzione di logica musicale. Altro problema: la scarsa musicalità di certi pezzi, brani che donano la sensazione di essere tenuti insieme da un collante molto debole, come “Forza Mafia” e la conclusiva “Senzacqua”. Nulla salva dalla catastrofe, in questo disco: non la voce ruvida di Giubbonsky, non le chitarre elettriche rock che cercano di irrobustire una “Carpe Diem”; si può intravedere un pallido lume in una produzione davvero cristallina per un’autoproduzione, e nell’uso di liriche tutte mirate al sociale, anche se l’ostentazione della rima baciata sminuisce, e anche di molto, il messaggio delle diverse canzoni.

Onestamente, non riesco davvero ad immaginare come, nel 2011, possa trovare una sua strada un progetto discografico di questo tipo, né tantomeno mi sovviene una particolare tipologia di ascoltatore che possa trovare soddisfazione in quest’opera, e chi mi segue con una certa continuità su queste pagine sa quanto grave sia, per il sottoscritto, questa situazione. Quindi, anche se non è mai bello essere cosi ingenerosi con artisti in autoproduzione, canzoni come “Rio Preca” non mi lasciano alcuna via di scampo, e mi costringono ad una conclusione assai arida di begli aggettivi e, ancora di più, di consolatorie esortazioni.



01. Terra Perduta
02. Non Lavoro
03. Città Blindata
04. Rio Preca
05. Forza Mafia
06. Flatulente
07. Gelato In Febbraio
08. Carpe Diem
09. Senzacqua

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