DGM
Misplaced

2004, Scarlet Records
Power Metal

Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 30/03/09

Seguo i DGM dal lontano 1997 e dal giorno della pubblicazione di “Change Direction”, anche se il primo acquisto fu il disco successivo "Wings Of Tragedy", preceduti dal mini cd “Random Access Zone” che aprì le porte ad un futuro intenso di impegni; questi ultimi cresciuti esponenzialmente man mano che pubblico e critica  si resero consapevoli del reale valore della band.
Probabilmente “Misplaced” è l’elaborato più maturo, più spregiudicato, sicuramente il più diretto, tanto da permettere loro di abbassare la leva della cabina di comando e di cambiare binario, transitando da rotaie caratterizzate da allineamenti stilistici new-progheggianti supportati da inserti power metal, a ritmi di matrice power con virtuosismi prog metal; mantenendo tuttavia la stessa carrozza dipinta col trademark del gruppo che è ben presente e visibile nell’arco dell’intero lavoro.

Per chi non conoscesse l’act italiano, l’acquisto di Misplaced si rivelerebbe una grossa sorpresa visto e considerato che non necessita dell’ascolto dei lavori passati ma, agisce da “film a se” senza rappresentarne un vero e proprio seguito, discorso che si rivela dissimile se affrontato a parti inverse ove il classico fan, potrebbe trovarsi leggermente spiazzato a causa del nuovo percorso al quale si è indirizzato il gruppo capitolino che, se scrutato dal giusto punto di vista, si rivela estremamente efficace.


Detto questo, non aspettatevi una versione corretta e riveduta del penultimo Hidden Place, ne tantomeno un ritorno alle partiture di Dreamland,  tutto ciò ad esempio dimostrato da Living on the Edge e dalla sua partenza da zero a cento in cinque secondi netti nonchè dal taglio melodico tanto caro agli Stratovarius degli anni d’oro, sorretto dalla commistione degli strumenti ritmici che si intersecano finemente, si sovrappongono e si completano tra loro formando un brano che tende ad “esplodere” in diverse fasi del rettilineo in discesa che percorre.

Una lettura della biografia che racconta “vita, morte e miracoli” del gruppo, mi costringe a tornare indietro nel tempo per un flashback estremamente utile a comprendere il filo logico che li ha condotti, 11 anni dopo, a produrre Misplaced.
I DGM nascono nel 1994 come band devota esclusivamente alla musica strumentale, rappresentata oggi da Diego Reali (unico membro esponente dei dgm che furono) e, nel loro curriculum vitae annoverano un eccellente secondo posto sui quarantotto totali al Rock innovation festival che, per un gruppo esente da vocalist, costituisce un risultato mastodontico.
Proprio di conseguenza a questo aneddoto, mi sento di far presente che i brani del nuovo lavoro distribuiscono ad ogni componente la medesima percentuale d’importanza all’interno di ciascuno di esso, evitando di puntare, per esempio, in modo ossessionato sulla voce, elargendo un risultato sempre costantemente ai massimi livelli: non è forse qualità rara oggi giorno?

Quanto scritto, sia chiaro, non scalfisce minimamente la prova granitica di Titta Tani che sembra in grado di interpretare le note a suo piacimento abbellendole con un pathos a volte ricercato, a volte spontaneo, effigiato da una professionalità della quale, nei lavori precedenti, se ne riusciva a sentire soltanto il profumo.

Is Hell Without Love rigurgita in primis un graffiante motivo di chitarra elettrica rincorso da una batteria scrosciante che scandisce il ritmo con la precisione di un pendolo, e solo in un secondo momento il frontman si inserisce quasi duettando con gli altri strumenti andando a definire un puzzle che pian piano viene costruito dagli sbalorditivi soli di chitarra e tastiera rispettivamente dispensati da Diego Reali e da Fabio Sanges.
La melodia melensa lascia per un attimo il posto alla dimostrazione di capacità tecnico-balistiche nel brano Through my Tears che, torna a tessere la tela lavorata con Dreamland e cesellata da Hidden place.
Still Believe è la traccia che meglio rappresenta il disco; sei minuti scarsi per un susseguirsi di emozioni dettate da uno spartito di pianoforte che comincia il proprio cammino molto dolcemente e che sembra quasi chiedere alla ugola del vocalist di accompagnarlo sul sentiero dove incontreranno a breve la roboante chitarra elettrica di Reali intermezzata da un break centrale dal sapore classico, soave ed ancestrale, che lasceranno infine il posto alla tenacia della tastiera di Sanges atta a suggellare una prova tecnica  prorompente.

Le influenze degli Angra contemporanei segnano il passo sulla successiva Pride che pare proprio essere uscita dal recente Temple of Shadows considerando anche lo splendido e filiforme coro che viene allungato quel tanto che basta per farsi raggiungere da un contro-coro di sottofondo; quest’ultimo regala al pezzo uno slancio in verticale completato dai soliti fraseggi di chitarra e di tastiera contenuti e tenuti a bada dalla ardimentosa prestazione vocale.
Con la ricercatezza dei due brani successivi, Amazing Journey e A New Day’s  Coming, i DGM intendono far chiaramente presente che non si sono dimenticati del loro recente passato, e tra una serie infinita di morigerati passaggi, non posso far altro che constatare l’effettivo tributo conferito ai maestri Simphony X che sono saldamente infissi alla base del suono di Misplaced.
Chiusura realizzata nello stesso e identico brillante, immediato, spumeggiante e raffinato metodo con il quale il disco è cominciato; caratteristiche conglobate per intero nella decisiva Perennial Quest, capace di stuzzicare l’appetito e di indurci alla pressione del tasto “repeat” allo scadere dei suoi minuti.

Spesso siamo abituati a cercare musica di valore al di fuori del nostro paese, sperando che questo o quell’altro nome possano in qualche modo sopperire alla mancanza di qualità che ultimamente affossa questo genere.
Gli italianissimi DGM fanno un indubbio salto di categoria che proietta il loro sound e le loro composizioni ai livelli dei grandi nomi anche se Misplaced pecca lievemente sotto il profilo della produzione.

Consiglio pertanto il disco all’utente che, come me, la mattina sale in macchina per andare al lavoro, inserisce il cd nell’apposito lettore e spera di “svegliarsi” con un prodotto efficace, fine ed emozionante.





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