Racer X
Second Heat

1988, Roadrunner Records
Heavy Metal

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 29/03/11

Recensione a cura di Davide Conti

 

Cosa aveva di speciale questo quintetto statunitense che mi accingo a descrivere, proveniente da Los Angeles, che si è messo in luce in quegli 80’s, il cui nome deriva da un famoso personaggio del manga e anime giapponese Mach GoGoGo (in inglese Speed Racer)? Secondo me, in particolare, un album chiamato “Second Heat” ,uscito ventiquattro anni fa. Una band fondata da un certo Paul Brandon Gilbert, che di lì a poco,dopo questo dono all’heavy metal, ,diverrà il chitarrista di un gruppo che scalerà le classifiche mondiali, ovvero i Mr Big! E perché non menzionare altri musicisti di valore come il cantante Jeff Martin, il bassista John Alderete, membro anche dei Mars Volta, il chitarrista  Bruce Bouillet, il drummer Scott Travis,che in seguito lascierà per un periodo la band per forgiare insieme ai Metal Gods Judas Priest(band con la quale è ancora attualmente il batterista) un album tutto magma incandescente, come Painkiller?

I Racer X e i loro primi due album, “Street Lethal” e “Second Heat”, si potrebbero facilmente inserire nel contesto del glam-hair metal di L.A, nel quale gli argomenti di culto sono le luci al neon (soprattutto dei locali a Luci rosse e dei Casinò), la trasgressione e ostentazione nel look, nel sesso, la velocità  delle automobili, ecc... Ma fermarsi a questi stereotipi si farebbe un errore, perché non si è davanti alla solita,glam-hair metal band losangelina, ma a una band che voleva ritagliarsi un suo spazio, mettendosi a nudo per quello che era, senza essere troppo vincolata all’immagine narcisistica ed edonista della scena.

Tra le influenze della band, oltre a ciò che si respirava  a L.A, è palese quella dei Judas Priest riscontrabile nei vocalizzi di Jeff Martin e nei duelli di chitarra tra Paul e Bruce, quella di Yngwie Malmsteen, per lo stile grezzo e tirato, molto speed metal, con assoli neo-classicheggianti. La corsa comincia con “Sacrifice”, pezzo nel quale la macchina di Racer x comincia a scaldare i motori per poi iniziare  una guida sfrenata, condotta da un duo chitarre impazzite che sparano assoli al fulmicotone e da Jeff Martin che urla rabbia e disperazione. Dopo questa tempesta, la macchina abbassa i numeri di giri e viaggia alla velocità ideale per “Gone Too Far”. Pezzo più cadenzato rispetto al precedente, con un verso molto moderato, per poi uscire con un ritornello ricco di pathos. E’ da sottolineare la prova generale del cantante Jeff Martin, possessore di un ugola tagliente e al vetriolo, la quale, a mio parere, trasmette un forte impatto su chi ascolta. Si prosegue con “Scarified”, unico pezzo strumentale del gruppo, nel quale si mettono in evidenza le notevoli capacità tecniche dei nostri, un brano di grande perizia tecnica e compositiva. L’atmosfera si fa presto calda e oscura... È giunto il momento della ballad “Sunlight Nights”, introdotta da un ipnotico arpeggio, a cui segue la voce di Jeff accompagnata dalle chitarre e da una batteria che, anche se è un pezzo lento, mette in luce il tocco di Scott, imprimedo potenza, senza “stonare” col lo stile del verso, per poi esplodere in un potente ritornello elettrico seguito da un emozionante assolo.
Anche la canzone seguente è molto magnetica, si tratta di “Hammer Away”, inaugurata da rullata di Captain Caveman Scott Travis,per poi procedere con un verso incalzante che prelude a un ritornello davvero micidiale! La successiva “Heart of a Lion”, ribadisce l’influenza Priestiana, specificando che proprio la stessa è stata venduta dai Metal Gods ai Racer x. Anche in questo brano c’é un’incredibile alchimia tra i membri del gruppo, in cui mi preme sottolineare l’armonizzazione di chitarre tra Paul e Bruce, semplicemente da brividi! “MotorMan” rappresenta l’essenza dei californiani, velocità spropositata, riff e urla indiavolate, tutto amalgamato per creare un mostro a quattro ruote assetato di heavy metal. Si arriva a “Moonage Daydream”, cover di un brano di David Bowie, interessante interpretazione da parte del gruppo. Siamo verso il traguardo e ci rimane da segnalare la conclusiva “Lady Killer”, canzone che non porta ulteriori accelerate e momenti di nota all’album, a parte un intermezzo di chitarra dal gusto “blueseggiante”.

La macchina infernale ha vinto la corsa? Per questo “Second Heat” si. Si avrà modo negli anni a seguire, dopo un momento di pausa, di risentire il gruppo con  gli album “Tecnical Difficulties” e “Superheroes”, anche questi non da sottovalutare e che consiglio di ascoltare. Rispetto al suo predecessore “Street Lethal”, si può constatare il raggiungimento  dell’eccellenza del gruppo, con l’inserimento di Bruce Bouillet alla chitarra e di Scott Travis alla batteria, e con un miglior mixaggio del disco. “Street Lethal” era un po’ più grezzo e  meno ricercato, molto più hard rock rispetto a “Second Heat”, un disco che rappresenta in parte un rinnovamento, non estraneo a questa band, che ha sempre avuto il coraggio di esprimersi per quello che è. “Second Heat” è l’album ideale per chi volesse rivivere parte dell’atmosfera Californiana del 1986, e per gli appassionati di un heavy metal più tecnico e diretto, potendo godersi le superbe capacità stilistiche e compositive di un guitar hero come Paul Gilbert.





01.Sacrifice

02.Gone Too Far

03.Scarified

04.Sunlit Nights

05.Hammer Away

06.Heart Of A Lion (Judas Priest cover)

07.Motor Man

08.Moonage Daydream (David Bowie cover)

09.Living The Hard Way

10.Lady Killer

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