Kamelot
Ghost Opera

2007, SPV
Power Metal

Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 05/04/09

Sono serviti una decina d’anni e qualche ottimo disco per riuscire a scorgere la figura dei Kamelot in cima alle stelle dell’olimpo; l’energia pura scaturita dalla loro musica non ha bisogno di introvabili chiavi per essere codificata e così, anno dopo anno, affascina nuove categorie di ascoltatori per una famiglia che si allarga a vista d’occhio. E chi ci entra non vuole saperne di uscire. Avevo terminato il racconto di "The Black Halo" con un augurio; quello di trovare il vero capolavoro del gruppo “norvegiamericano” col suo successore che, finalmente, brilla oggi nel palmo delle nostre mani entrambe impegnate a sorreggere un album inseguito dai fantasmi di chi l’ha preceduto, un disco che pesa come un macigno: "Ghost Opera".

Dotato di un magnetismo da incantatore di serpenti, il sound dei Kamelot si sta ingigantendo sempre di più; ha attraversato le soglie di heavy, power e prog metal, si è affacciato alla finestra che volge lo sguardo sui sentieri gotici e ora, quando crescono le energie e la luna tinge l’umore di malinconia, prova ad elevarsi a status cinematografico: una colonna sonora drammatico-romantica. Un universo cromatico spettacolare, dove Thomas Youngblood, con la sua chitarra e le sue invenzioni in fase di stesura del brano, imprime il ritmo e il dinamismo di una sapiente coreografia, dove il rito del potere si celebra su scene di colossale fasto.

IL FANTASMA DELL’OPERA

Non sappiamo se i Kamelot abbiano scelto il titolo ispirati dal romanzo rivoluzionario del francese Gaston Leroux “Il Fantasma dell’Opera”, sta di fatto che l’essenza e l’atmosfera, l’orrore e il fantastico perturbante sono caratteristiche riprodotte con una inquietante fedeltà: dove non arriva la carta stampata ci pensano i suoni, irriproducibili nella realtà delle arti figurative. Prendiamo ad esempio la doppietta iniziale "Solitarie" – "Rule The World"; rispecchia la cornice del teatro lugubre e mistico, illuminato da due squarci di luce che conosciamo molto bene: la celebre voce di Roy Khan e il violino, strumento che, in mancanza di paternità, attribuirò a Miro, il cui lavoro in ambito orchestrations & keys è segnalato sul prezioso booklet. Ben presto le ambientazioni sonore si faranno contorte, ridisegnando lo sfuggente fondale di distorsione cosmica costruito con il singolo apripista prima, "Ghost Opera", e con il ritornello ascetico della pregiata "The Human Stain" (la migliore?) poi, che lasciano il posto alla robotica "Blucher", condivisa al microfono dalla vecchia fiamma Simone Simons. "Blucher" dicevamo; tre strofe e tre ritornelli, nient’altro, una costruzione diretta ed intuitiva ma sin troppo semplice per un mago del songwriting come Youngblood, non trovate? I cinque minuti di sobria bellezza della suadente "Love You To Death", ci riportano nel lontano oriente e si estendono su un romantico suono d’archi fino al crescendo emotivo della chitarra elettrica di Thomas (pochi gli assoli nel tragitto del disco, perchè?). E’ Amanda Sommerville (Aina tra gli altri) a prendere il posto della Simons; in questa occasione, sul singolo menzionato e nell’austerità orchestrale dell’ottava "Mourning Star": è la metafora di un fiore sbocciato che contrasta quel maledetto filtro impostato sulla voce di Khan. E ancora: perché il filtro? La batteria di Casey Grillo domina una pace energica, sempre raffinata e riflessiva, momenti e movimenti espressi nelle strutture architettoniche di "Up Through The Ashes" e di "Silence Of The Darkness", brani assai meno ispirati e purtroppo canonici anche se avvalorati nello stile del sound principesco. Il romanticismo e il sadismo, due particolari sviluppati dalla meravigliosa (e qui non ci si può sbagliare) ballata che porta il titolo di "Anthem", tra le più ispirate e coinvolgenti di sempre ma, perchè c’è ancora un ma, infangata dall’ennesimo inconcepibile filtro sulla voce di uno dei migliori interpreti europei di sempre: come un male innominabile che alligna nelle catacombe segrete. Chiude "EdenEcho", dove la malinconia, pur se intangibile, è il referente sensoriale principale, referente interrotto da un chorus imperioso, che affascina la mente e suggestiona il cuore. Come la musica dei Kamelot, no?

Dopo mezzo milione di ascolti (o forse più), mi sento di poter affermare che si tratta di un disco leggermente meno ispirato del precedente "The Black Halo"; curato in maniera spasmodica nei singoli frammenti orchestrali ma meno determinante nel songwriting e nelle strutture. Troppo poco l’heavy metal sprigionato dalle mani e dalle menti di Youngblood & Co, troppo forte la matrice gotica che, viceversa, imprigiona i generi che hanno condotto la band al successo. Pochi i brani sui quali ci si possa esaltare, tanti quelli attraverso i quali potrete sognare. A volte, Roy Khan sembra imbrigliato e “contenuto” dalle composizioni pensate per esaltare esclusivamente l’aspetto operistico filo-drammatico. E’ quanto ci aspettiamo e desideriamo dai Kamelot?

Non lo so, non saprei rispondere. "Ghost Opera" è figlio naturale del disco che lo precede, la produzione (Sasha Paeth eccelle nell’arrangiamento) penalizza momentaneamente il suono più heavy ma regala emozioni infinite quando si adopera per gonfiare i già infiniti spazi melodici di cui il disco ne esce inorgoglito. "Ghost Opera" mostra altresì la facilità dei Kamelot nel mantenersi ad alti livelli senza snaturare il trademark e continuando a credere in un sound sempre più personale e definito, forti di un mestiere e di una classe inattaccabili.

E, forse, non è nemmeno il caso di scomodare Gaston Leroux e il suo fantasma: "Ghost Opera", come il romanzo del maestro novecentesco, riesce nell’intento di sedurre l’ascoltatore e incantarlo in una spirale priva di uscite, nonostante si debba parlare di un mosaico non esente da qualche piccola crepa. Ma in fondo è comprensibile.

Buon viaggio.




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