Lo Stato Sociale
Turisti Della Democrazia

2012, Garrincha Dischi
Electropop

Recensione di Lorenzo Zingaretti - Pubblicata in data: 10/03/12

Premessa: non sono Lester Bangs né Carlo Emilio Gadda, e molto probabilmente ho dei gusti discitibili, ma la recensione a questo “Turisti Della Democrazia”, primo full-length della band bolognese Lo Stato Sociale, la faccio lo stesso. Sì, perché poche cose in questo periodo sono riuscite a colpirmi allo stesso modo della proposta musicale dei suddetti, capaci di buttare nella mischia un composto di elettronica, pop rock e testi che rasentano il genio puro. Un po’ di storia non fa male, dato che è pur sempre un disco d’esordio: in giro da circa 4 anni e con all’attivo, oltre all’oggetto di questa recensione, due EP, Lo Stato Sociale è una caratteristica dello Stato che si fonda sul principio di uguaglianza sostanziale, da cui deriva la finalità di ridurre le disuguaglianze sociali (fonte Wikipedia). Ah no, un momento: Lo Stato Sociale è un gruppo composto da cinque elementi ed oltre ai canonici basso e chitarra presentano un trio di strumenti elettronici (tastiera, synth, e altre cose simpatiche di cui sinceramente ignoro il nome) che fungono da sezione ritmica, accompagnamento e soprattutto si lanciano in meravigliosi riff. Al di là di Lodo (mi dicono dalla regia che ho appena usato un’allitterazione. Gadda, sto arrivando), chitarrista e voce principale, anche gli altri si dilettano nel canto, il che è una gran bella cosa soprattutto dal vivo.

Ma entriamo nel vivo del disco, che parte con la contagiosa “Abbiamo vinto la guerra”, pezzo capace di incollarsi in testa grazie al riff “synthetizzato” e a quel ritornello che vi ritroverete a cantare sotto la doccia o mentre portate a spasso il cane. “Mi sono rotto il cazzo” è forse la cosa più vicina ad un inno generazionale, un attacco senza riserve a chi fa lo snob a 25 anni, alle istituzioni musico-partitiche, a qualsiasi luogo comune possa venirvi in mente: ce n’è per tutti, e la verità fa male (lo so). Che poi sarei contrario alle recensioni track-by-track perché un disco è un tutt’uno, più della somma dei suoi elementi, ma va a finire che mi tocca citare tutti i pezzi: perché come si fa a non dedicare almeno due righe a “Cromosomi”, una canzone che comincia con “Spesso il male di vivere ho incontrato, l’ho salutato e me ne sono andato” e che quindi vince facile già all’inizio. Allo stesso modo non si può non parlare di “Sono Così Indie”, altro elenco del contemporaneo, stavolta con le caratteristiche tipiche dell’hipster. La musica, come detto, parte da basi elettroniche che fanno da sfondo ad accompagnamenti acustici, a volte più delicati e “pop”, altre accorpati a giri di basso più tonici, nei pezzi più tirati. Come avrete capito, i testi sono senza dubbio uno dei punti di forza del quintetto bolognese: ironici, taglienti, con un intelligente uso di giochi di parole (“Lidia? Livia. Lidia? Livia. Lidia? Livia con la V”, da “Ladro di cuori col buco”), ma anche poetici nel senso di conquistare donne a pacchi (“T’avessi vista guardare la neve d’aprile, per strada, poi non t’avessi più incontrata, forse, t’avrei per sempre amata” oppure “Se avessi tempo ti regalerei i miei denti per lasciarti comporre i miei sorrisi migliori”).

Qualità dei testi, capacità dei refrain di fissarsi in testa, arrangiamenti curati e divertenti, questi sono i punti di forza de Lo Stato Sociale. Un gruppo che, se si chiamasse Welfare State e venisse dall’Inghilterra, molto probabilmente suonerebbe a Coachella tutti gli anni e i suoi componenti non finirebbero mai a fare i benzinai.



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