Opeth
Watershed

2008, Roadrunner Records
Prog Metal

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 13/04/09

Come dicevano i latini: nomen omen. Il nono album in studio degli Opeth, "Watershed", rappresenta una sorta di spartiacque all'interno della storia della band svedese, giunta a questo disco con una line-up rinnovata, in una fase artistica a mio avviso calante, sempre dignitosa e oltre la media, ma irrimediabilmente calante.

Perché "Watershed" (in inglese appunto, spartiacque)? Perché questo è il primo disco con il nuovo chitarrista Fredrik Åkesson e Martin Axenrot dietro le pelli, e, cosa non di poco conto, questo è l'album in cui la continua tensione prog dei nostri raggiunge livelli mai raggiunti nella nutrita discografia. Per mettere le cose in chiaro, lo dico subito: per me "Watershed" non è un gran lavoro. Al netto di tutti i giudizi entusiastici tipici da fan accaniti (quale ero), che subito sono accorsi anche alle mie orecchie, bisogna dire che questa fatica sa molto di artificioso, di fin troppo studiato, manca di quella profondità che aveva sempre dato quei colori irresistibili alla musica di Åkerfeldt, come se venuta meno l'ispirazione genuina, si fosse messo di impegno a tirare fuori qualcosa di buono nonostante tutto, attingendo a tutto il suo bagaglio di esperienza e di gusti musicali sbandierati ormai da anni.

Non è tanto il fatto di aver cambiato label, il voler raggiungere un pubblico sempre più ampio, e osservazioni fin troppo pignole che i fan additerebbero unicamente ai "critici". Il punto è che fino ad oggi gli Opeth hanno saputo unire tecnica strumentale e songwriting di prim'ordine, finemente elaborato, con una sensibilità unica, una partecipazione emotiva che non dava troppa importanza se i nostri fossero presi da riff alla Morbid Angel o fraseggi acustici alla Pink Floyd; il tutto era magnificamente legato da quella magia che difficilmente si può spiegare, quell'alchimia di elementi che hanno reso (giustamente) grandi gli Opeth. Sin dal precedente "Ghost Reveries" si erano affacciati i primi malumori, con un disco insipido, malumori che vengono confermati anche con "Watershed", certamente un disco più caratterizzato del predecessore, ma ancora una volta senza anima. Sembrerebbe strano a dirsi, trovandosi in scaletta brani come "Coil", un'introduzione acustica con tanto di cantato femminile, o "Heir Apparent", il pezzo più “cattivo” del disco, in cui la maggior caratura tecnica apportata da Åkesson nel riffing non eleva il brano, risultando solamente una buona canzone da Opeth e niente più. Ecco è proprio questo il punto a mio avviso: Watershed è “solamente” un nuovo disco degli Opeth, non “il disco”, come capitava ai bei tempi. Sarà forse per una certa assuefazione all'Opeth-style che abbiamo sviluppato negli anni, ma neanche gli inediti blast beat e fraseggi funky di "The Lotus Eater", non emozionano più, si lasciano apprezzare come mirabili esercizi di stile. Stesso discorso per le rimanenti: "Burden" è la classica ballata ben fatta ma canonica, dell'assolo di tastiera molto anni 70 (sai che novità), dal finale abbastanza scontato, "Porcelain Heart" è il brano più inconcludente mai scritto dalla band, mentre "Hessian Peel" e "Hex Omega" fanno della disomogeneità il loro marchio di fabbrica, pur riconoscendo attimi molto riusciti.

Un passo falso a mio avviso, a seguito di un “tonfo” anche più netto come "Ghost Reveries" (culmine di una lenta flessione dopo "Still Life"). Si sente la mancanza di freschezza e trasporto dei primi album, la mancanza del drumming di Lopez (Axenrot è diverse spanne indietro), si percepisce lo spirito di una band che per meriti sul campo ha raggiunto uno status di band culto, ma che giudicata con più distacco, ha perso molto dello smalto e della capacità di saper trasmettere emozioni.



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