Kamelot
The Black Halo

2005, SPV
Power Metal

Recensione di Costanza Colombo - Pubblicata in data: 12/06/15

E' la sublimazione del rosso e il nero in musica, l'apice di una carriera compositiva e interpretativa ahimé mai più lontanamente raggiunto dai Kamelot.
 

Come già il Faust di Johann Wolfgang von Goethe, principale fonte di ispirazione delle liriche di questo album, e del precedente Epica, il concept su cui si basa The Black Halo è composto da due episodi. Il primo, lasciato in sospeso sul finale dell'immacolata "Snow", viene ripreso, dopo due anni di attesa, dalla diabolica apertura del secondo. La prima coppia di versi di "March Of Mephisto" è infatti un compiaciuto richiamo agli inferi a monito del patto siglato tra il protagonista, Ariel, messo in scena dal talentuoso frontman Roy Khan, e l'angelo caduto, a cui è appunto dedicata la prima traccia. E se al personaggio di Mephisto è niente meno che Shagrath (Dimmu Borgir) a dare rantolante voce (e growl), la traccia, col suo cadenzato trionfo marziale, i cigolii e le ovazioni a bordo girone, non potrà che diventare l'ideale inno di dannazione. Basti pensare che, a distanza di dieci anni, è ancora ritenuto l'unico brano capace di infiammare universalmente gli animi a fine scaletta.

 

La nebbia sulfurea si dirada nella fuga cavalcata in attacco a "When The Lights Are Down" affidata a una delle prove più brillanti della batteria di Casey Grillo. Impossibile non lasciarsi trascinare dalle variazioni di Khan, dall'urgenza del ritornello al sussurrato a metà traccia, il tutto esacerbato dal possente contributo d'assoli e cori. Se un'accoppiata del genere non costringeva già di per sé a ri-premere play a conclusione delle ulteriori 12 tracce, l'inebriante ed epocale duetto tra il cantante norvegese e Simone Simons (Epica) prima, e l'aulica coralità di "Soul Society" poi, non potranno che lasciare il segno perfino nei più scettici, e distanti dal genere, ascoltatori. Khan non perdona e riprende fiato col primo dei tre interludi prima della sublime "Abandoned", culmine emotivo del concept nonché indimenticabile episodio del live "One Cold Winter's Night".

 

Dopo la strida scivolata di "This Pain", serpeggia l'argentina e concitata intro di "Moonlight" in antifona alla prepotente autoaffermazione del pre-ritornello. Distrae quindi la breve ma deliziosa performance dell'italiana Cinzia Rizzo in "Un Assassinio Molto Silenzioso" prima della corsa da cardiopalma realizzata dalla title-track. Spasmodicamente contrappuntata da Grillo, esasperata dalla potenza di Khan e dai cori a contorno, vi si affianca, a 2:39, il magistrale assolo del fondatore Thomas Youngblood. "The Black Halo" è dunque il power metal spiegato ai comuni mortali in 3 minuti e 43 secondi.

 

Non contenti, si prosegue con la frenetica e poi struggente "Nothing Ever Dies" ben presto eclissata dalla squisita complessità "Memento Mori". Quest'ultima, tra l'inizio spettrale, lo slancio in gittata a 1:24, l'ennesima rivincita strumentale a 2:08, il vibrante tripudio a 3:16, e poi Khan e ancora Khan a 8:16 vale da sola le ultime 10 tracce (e un paio di dischi successivi). Ideale chiusura, dopo un tale trionfo operistico, è la vivace freschezza dell'ultima traccia che, nonostante lo spiraglio lasciato sul futuro, non mente su quanto, secondo gli autori, la vita richieda a tutti. Ovvero l'inchinarsi insieme allo sfiorire dell'estate in autunno, a cantare il tono più melanconico di sempre: "the song we all serenade".

 

Chi si aspettava il mancato ritorno alle origini gioirà comunque per il sofisticato gioiello merito, tra l'altro, dell'esperienza di Miro e Sascha Paeth in sede di produzione e dalla presenza dei non ancora citati ospiti: Jens Johansson (Stratovarius), Mari (Masqueraid, nonché moglie di Youngblood) e dal coro che annovera, tra gli altri, Herbie Langhans (7th Avenue), Amanda Somerville (Aina), Miro, Gerit Gobel, Thomas Rettke (Heaven's Gate) ed Elisabeth Kjaernes.

 

Qualsiasi fede professiate, "The Black Halo" è un must, ascoltare per credere.





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