The Gathering
The West Pole

2009, Psychonaut Records
Alternative Rock

Venti candeline da spegnere ed un nuovo entusiasmante album per gli olandesi The Gathering
Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 04/05/09

Hanno compiuto vent’anni d’onorata carriera senza accusarne minimamente il peso. Sono riusciti a sopravvivere all’abbandono di una figura importante e carismatica come quella della voce femminile per eccellenza di tutto il panorama rock/metal alternativo, la stessa che li ha portati, nei gloriosi anni ‘90, alla consacrazione definitiva, cucendo loro addosso una rispettabilità tutt’oggi difficile da scalfire. Si sono rialzati sulle proprie gambe, con una rinnovata forza, col coraggio di guardare avanti, parafrasando il passato per formulare un presente luminoso, per gettare le basi di un futuro carico di speranze, di sogni da realizzare, continuando a trascrivere emozioni sul pentagramma infinito della vita… A chi, se non ai The Gathering, potevano capitare tutte queste avventure?

Non ce ne vogliano i detrattori ed i die-hard fans della loro precedente frontwoman, se la favola del quintetto olandese originario di Oss si ostina a voler farci sognare, se le nostre orecchie ed il nostro cuore possono oggi beneficiare del fascino primaverile di “The West Pole”, un album che vede la luce del sole dopo un burrascoso periodo di malumori ed incertezze legati al funambolesco split con la storica singer Anneke Van Giersbergen, partita volontariamente per una placida e confortevole carriera solista, racchiusa tra mura ‘domestiche’ e votata ad una forma-canzone classica, quasi priva di pretese sperimentali. Non potevamo certo aspettarci un atteggiamento analogo da parte della band madre, che negli anni non ha mai smesso di distinguersi per l’aver osato superare sé stessa, nota dopo nota, canzone dopo canzone, disco dopo disco. Tracciando un percorso che, in principio, li ha voluti tra i pionieri del doom metal atmosferico (se non fosse stato per loro, oggi non si farebbe certo un gran parlare della cosiddetta scena ‘female fronted’), i The Gathering sono atterrati, nel bel mezzo della loro attività, sopra nuvole di psichedelia che li hanno visti volare verso l’attuale meta: una musica incondizionata, atmosferica ed estasiante, intelligentemente rinominata ‘trip rock’.

Eccoci giunti infine al traguardo, al nostro Polo Ovest. No, non si tratta di un tragitto immaginario: una nuova straordinaria cantante, una soave bellezza nordica che risponde al nome di Silje Wergeland, accompagnata per quest’occasione da due incantevoli damigelle (Marcela Bovio degli Stream Of Passion e la cantautrice Anne Van Den Hoogen), chiamate a decorare “The West Pole” con le proprie ugole, ci ha delicatamente preso per mano, invitandoci a scoprire la magia del nono album in studio realizzato insieme ai suoi nuovi compagni di squadra. Ha tutta l’aria di essere un sogno, ma è la pura realtà: la band dei fratelli Hans e René Rutten è tornata tra noi.

“When Trust Becomes Sound”: la fiducia che tutti abbiamo risposto nei The Gathering si trasforma in un primo, energico attacco strumentale. Neanche il tempo di accorgercene e già siamo in corsa, travolti da una chitarra ‘indie’ che trasuda energia da ogni poro e da un basso che esplode in un orgasmo di ondate sonore. Ed ecco apparire nel cielo, mentre Silje ci culla con la sua voce da sirena, tra gli umori shoegaze dei riff e i magnetici volteggi dei violini, le sfumature cangianti dell’aurora boreale; l’incantesimo s’insinua nel profondo, scuotendoci con un forte, indimenticabile brivido. Un sussulto che infonde in tutto il corpo una profonda sensazione di pace interiore. È l’alchemica perfezione racchiusa in “Treasure”…

La chitarra di René Rutten, che ancora una volta esala il profumo di uno shoegaze rock d’annata, fa capolino per dare vita alla dichiarazione voyeuristica di “All You Are”, la cui inebriante energia viene presto doppiata dallo space rock trasognante e nostalgico della titletrack, ma in particolar modo dalle fluide pulsazioni trip-hop di “No Bird Call” (canzone ispirata alle tristi storie custodite tra le mura di un cimitero di città), inondate da un maremoto d’archi e dall’incantevole voce della Wergeland… “Cacophony of beautiful sounds is replaced by a symphony of silence”: è una magia atavica, un’esperienza sovrasensibile, durante la quale non è poi così difficile rendersi conto del fatto che Silje non faccia minimamente rimpiangere colei che l’ha preceduta. Impressione che possiamo tranquillamente estendere all’operato delle due guest singer: Anne Van Den Hoogen, aiutata dall’ipnotico basso di Marjolein Kooijman, ricama i colori dell’alba dipinti in “Capital Of Nowhere”, con una voce delicata e sbarazzina, mentre l’espressività senza pari di Marcela Bovio effonde una nivea traccia di romanticismo nel climax di “Pale Traces”, incorniciato in una spettacolare ‘battaglia’ alla pari tra la band ed un’emozionante sezione d’archi. Nel bel mezzo di questi due episodi s’infrangono ricordi, come fragili bicchieri di cristallo, sui tasti d’avorio di “You Promised Me A Symphony”. “Your guns, your lies, your cigarettes, your war…”: la voce spezzata di Silje recita scene di un passato sbiadito, rimpianti che tornano a trovarci, per ferirci con la loro impassibilità…

Anche le malinconiche memorie di “No One Spoke”, un concentrato di psych rock diretto ed atmosferico che ci riporta ai tempi di “How To Measure A Planet?” sono costretti lasciar spazio all’atto finale dell’opera, alla favoleggiante serenità di “A constant Run”. “You will be wandering through some beautiful moments…”: suona quasi come una promessa d’eterna fedeltà, lasciata alla protagonista delle bellissime liriche del brano, all’ascoltatore.

Cala il sipario…

Col senno di poi, diventa facile assaporare il gusto del trionfo, della soddisfazione. Provare sulla propria pelle il brivido lasciato da quelle rare opere d’arte che non parlano soltanto attraverso catene di parole e note musicali, ma anche e soprattutto attraverso il linguaggio universale dei sentimenti. Negli ultimi anni i The Gathering non hanno sbagliato un singolo colpo: ci hanno fatto riconciliare con i nostri ricordi (“Souvenirs”), ritrovare la via di casa (“Home”)… Ma questo nuovo, bellissimo viaggio ci ha spinti semplicemente oltre. “The West Pole” è l’Isola Che Non C’è, la sinfonia perfetta, il giardino segreto… Un luogo ideale da ritrovare dentro noi stessi, grazie alla bussola del cuore. Dove gioire o piangere, dove ridere o soffrire, nell’autenticità inestimabile di un’emozione profonda.



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