Placebo
Battle For The Sun

2009, Dream Brothers
Alternative Rock

La lotta dei rinnovati Placebo per riconquistare il pubblico. Amore a primo ascolto.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 12/06/09

Le canzoni dei Placebo, facili da schematizzare: A-B-A-B-occasionale bridge C (ma senza esagerare)-B. Il tutto condito da glam (tanto), provocazione (pochina), senso dell’arte (tanto) ed elettronica (pochina, giusto quel che basta). L’ascesa commerciale del trio inglese pareva non aver limiti, “Sleeping With Ghost” e la successiva raccolta “Once More With Feelings”, coi loro rispettivi singoli, li avevano lanciati nell’airplay massiccio sia televisivo che radiofonico. Ma qualcosa all’interno della formazione stava cominciando ad incrinarsi, il nascere di un’energia oscura, tutta magnificamente condensata in quel controverso “Meds” di tre anni fa, un album ritenuto tanto interessante dalla critica (e dal pubblico metallaro) quanto ignorato da quella Mtv generation che li aveva, sino a due anni prima, idolatrati. Era facile, quindi, prevedere dichiarazioni di Mr. Brian Molko, a ridosso dell’uscita di questo “Battle For The Sun”, inneggianti energie pop positive, grande armonia ritrovata nella band grazie all’epurazione del batterista Steve Hewitt sostituito dal giovane, biondo, iper-tatuato Steve Forrest, il tutto per cercare di riottenere quell’attenzione massiccia che, allo scorso album, proprio non era stata concessa.

Bene, spiace dire che, così facendo, Brian sminuisce di molto questa sua ultima fatica discografica. Sì signori, perché se è pur vero che con questo album di hard pop (così come è stato magnificamente definito dal suo creatore) i meccanismi tornano a farsi meno oscuri e più cristallini; è anche vero che l’ispirazione, la maturità e l’attenzione con cui è stato confezionato lo rendono forse il capolavoro della discografia Placebo (per quanto personalmente mi riguarda, lo è), certamente uno dei loro lavori meglio riusciti.

Vediamo di spiegarci analizzando, ad esempio, la title-track: parte con uno swing oscuro alla Cure della seconda metà degli anni ’80, quindi la chitarra indie super-distorta di Brian, la sua interpretazione cacofonica ed ossessiva, il tramutarsi della canzone in una dichiarazione di guerra su cui si innestano, man mano scorre il minutaggio, l’orchestra, le trombe, il tutto in un arrangiamento pop classico, praticamente sanremese. E’ questo tocco pop che rende l’album davvero speciale, quello ed il rullare energico e senza pietà del nuovo batterista Steve-biondo, praticamente un folletto impazzito decisamente più metal che glam rock nel modo di utilizzare il suo strumento (insomma, per dirla "in patate": pesta giù di brutto!), un fatto praticamente inevitabile, visto che militava nella band californiana Evaline, dai trascorsi punk.

Un contrasto quindi davvero irresistibile, che si concretizza ancora meglio su canzoni come “The Never-Ending Why” oppure la conclusiva “Kings Of Medecine”, una canzonetta che, sul ritornello, si evolve in una meravigliosa, disperata preghiera d’amore, di quelle belle che mettono i brividi addosso. Inoltre, forse per la prima volta le canzoni dei Placebo progrediscono tutte, acquisiscono layer di melodia nel loro svolgimento, e basta ascoltare una “Julien” oppure una “Happy You’re Gone” per rendersi conto che l’album è, come ho già detto, maturo ed ispirato. Riprendere il singolo “For What It’s Worth” dopo aver ascoltato il cd nella sua interezza è deliziosamente rivelatore: avremmo dovuto accorgercene prima del fatto che qualcosa di fresco era alle porte, perché la canzone, sul finale, presenta proprio quell’accenno pop che rende una canzone altrimenti troppo banale decisamente più interessante.

Sapete poi qual è un altro fatto che rende speciale, per chi scrive ovviamente, questo album? Che anche le canzoni meno riuscite non sono affatto brutte, anzi: semplicemente, sono troppo simili ai vecchi Placebo “gigioni” per risultare interessanti come tutto il resto, ma ciò non toglie che una grossa fetta di pubblico potrà comunque ritrovare in “Kitty Litter”, piuttosto che in “Ashtray Heart” o “Breathe Underwater”, i loro beniamini come avevano imparato ad apprezzarli in un passato neanche troppo remoto (e, comunque, in quelle tre canzoni molto probabilmente si nasconde il prossimo singolo… io voto “Ashtray Heart”).

Non vi nascondo che ho sempre simpatizzato per i Placebo, ma che mai mi avevano convinto sino in fondo, tanto che avevo coniato il mio detto personale che “un greatest hits dei Placebo non fa un album di David Bowie”. Bene, sono contento di essere stato finalmente smentito. Bravissimo Brian, continua così.



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