Captain Beefheart And His Magic Band
Mirror Man

1970, Buddah
Blues

Recensione di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 25/08/09

"Nella concezione che ha il pubblico della musica tradizionale, conserva un’importanza solo l’aspetto più grossolano, idee facili da tenere a mente, passaggi nefastamente belli".  (T. W. Adorno)


Novembre 1967. Dopo un esordio straordinario ma poco ripagato dal pubblico, Captain Beefheart, alla guida della più bizzarra formazione rock di SEMPRE, comincia a incidere le tracce di quello che dovrà essere un enorme doppio LP: It Comes to You in a Plain Brown Wrapper. Il disco non vedrà mai la luce, come la metà dei progetti di Beefheart. Ed  avere problemi a pubblicare musica alla fine degli anni ’60 significava o avere pericolose strane deviazioni oppure idee realmente al di fuori del lecito.

Beefheart aveva entrambe le cose.

Ma nel 1970, dopo Trout Mask Replica e Lick my decals off, baby, i discografici evidentemente pensarono che ormai oltre non si sarebbe potuti andare: vede così la luce "Mirror Man", singolo LP e parte forte del progetto iniziale. La Magic Band risplende di tutto il suo abominio blues degli esordi: due chitarristi, Jeff Cotton e Alex St. Clair, sezione ritmica a cura della batteria di John “Drumbo” French e del basso di Jerry Handley; poi Captain Beefheart (Don VanVliet), autore e band leader che era il migliore di tutti.
L’anno prima gli Stones avevano stirato il blues di Going Home “ad libitum”, chiudendo Aftermath con 11’ di canzone. Nel 1968 sarebbe uscito Weels of Fire dei Cream con una versione live di oltre 15’ di Spoonful, il classico di Willie Dixon.  Nell’era della jam, il blues, con la sua struttura chiusa e ripetitiva, si adatta alle maratone musicali e fornisce il supporto perfetto per assoli estenuanti: fu la Blues Band di Paul Butterfield con East-West a svincolare la musica pop dal recinto dei 45 giri da 3 minuti. In questo lavoro, così come in Safe as Milk, Beefheart usa il blues come basamento, come pretesto, come testa di ponte per poi parlare d’altro. Suonare altro. La sua è la creatività senza freni  e dalle mille deviazioni del Dott. Frankenstein che costruisce la sua Creatura scoperchiando le tombe. Beefheart riesuma i fantasmi del Delta e dei suoi miti, svuotandoli però di ogni contenuto e depersonalizzandoli fino al midollo. Ne rispolvera l’approccio al tempo, libero e senza vincoli: ritmo e melodia procedono ora in sincronia ora sfasati. Il beat non è il tirannico metronomo a cui sottosta la canzone, ma è elastico, fluido, finalmente ricollocato tra i ranghi di un gruppo che non ha rigide gerarchia sonore. Organizzazione molto più tipica di un complesso jazz che di un gruppo rock.
Dunque: imbastitura musicale blues, impostazione jazzistica mutuata dal free di Ornette Coleman e Cecil Taylor; risultato: free blues, scontato, a riprova del fatto che alla fine la musica di Beefheart non è poi così complicata.

Sul versante blues, Mirror Man spazza tutto il ventaglio del grande delta del Mississipi: da Charley Patton a Fred MacDowell; ma questo album trova un altro inaspettato antesignano in Sonny Boy Williamson II, in particolare nelle sue incisioni per la Chess dei primissimi anni ‘60, periodo in cui l’armonicista si serviva del graffiante supporto di due chitarre, Robert Lockwood Jr. e Luther Tucker, ognuno dei quali elaborava i suoi pattern a piacimento, all’unisono (ma anche no…) col collega; il tutto sotto l’egida della voce scontrosa e dell’armonica di Sonny Boy (un brano: Checkin’ up on my baby, su The Real Folk Blues). L’ispirazione (e l’aspirazione) jazzistica è più questione di metodo: sradicare il già trito dualismo cantante/chitarrista, ossia sex-simbol/virtuoso; seppellire il gusto agrodolce per le armonie vocali da oratorio, il tutto in favore di una dinamica di gruppo senza gerarchie: la melodia è libera dall’armonia che è libera dal ritmo. Ampio uso dell’atonalità, dell’aleatorietà, del free. Sotto questo aspetto, e con un sound simile, qualcosa di analogo lo farà Coleman a metà anni ’70, alla testa dei Prime Time, un gruppo funk elettrico con 2 chitarristi, 2 batteristi e un bassista (Body Meta, un album da ascoltare).

La produzione è puro garage; anzi è una non-produzione, in linea con il pensiero di Van Vliet. L’album è risultato di una jam in studio, praticamente senza missaggio. Le chitarre in particolare suonano piatte, bidimensionali, senza armonici: un tratto distintivo della Magic Band, che sembra uscire da un vecchio 78 giri di Bukka White o Charley Patton. Tutti gli strumenti sono allineati nel mix su un’unica fila, senza spazialità, a volume costante e forse è questa la caratteristica che rende l’album a tratti ostico all’ascolto. Le due chitarre sono nettamente divise una per canale.

"Tarotplane", l’aereo dei Tarocchi, è in realtà la storpiatura di Terraplane Blues di Robert Johnson, prototipo di blues “automobilistico”. Il brano mantiene in tutta la sua smodata lunghezza un andamento, più che un ritmo, che è caracollante come un bisonte zoppo nella brughiera, assolutamente irresistibile, con dentro qualcosa di Rollin and Tumblin di Elmore James e dello standard I Wish You Would di Billy Boy Arnold. Proprio di Rollin and Tumblin esiste peraltro una versione live nel boxset retrospettivo Grow Fine. Il basso indugia continuamente attorno ad un giro spezzato, mentre John French, uno dei grandi batteristi dimenticati, passa in rassegna soluzioni ritmiche che basterebbero per altre 50 canzoni: il suo non è semplice accompagnamento ma è il meccanismo generatore della musica della Magic Band. Dal canto loro, Alex St. Clair Snouffer e Jeff Cotton sono come le due ali di una squadra di football anni ’50, giocando ognuno sul filo della propria linea laterale; si scambiano contrappunti, “call and reponse”, occasionali e casuali duetti, disperdendosi nei meandri di un ghirigoro astratto. Su tutto, Captain Beefheart: inizia con frasi di armonica gracchiante, iperamplificata e soprassatura nel suono, doppiando il basso di Handley; procede con voce sinistra, sospesa tra disgusto, ribrezzo e ironia, ripetendo ossessivamente il verso "You gonna need somebody on your bond" (da un brano di Blind Willie Johnson) oltre che frammenti di tradizione blues ("Gonna take you for a ride in my Tarotplane"). Infine VanVliet estrae dal suo arsenale lo shenai, un flauto indiano a doppia ancia, con cui si concede in scomposti, sgrammaticati, terrificanti assoli free, peggio di un Eric Dolphy totalmente ubriaco.

Aperta da un salmodiare corale, "Kandy Korn" è una tirata chitarristica che cerca di imitare una tipica canzone “pop” ma riesce solamente a deturpare il cristallino jingle-jangle in stile Byrds, disperdendosi in una rete di accordi intricati tessuta dai chitarristi; ora sinistra, ora rilassata, ora lisergica, ora satira del consumismo da spot televisivo, demolisce ogni armonia vocale west-coast  pur scavandosi una strada, se non verso la melodia, verso un tentativo di ritornare alla forma canzone. Minimale il testo: Candy corn yellow and orange.

Un basso pulsante, un rigurgito di shenai e un riff subdolo e vagamente orientaleggiante imbastito dalle chitarre in continua balbuzie: "25th Century Quaker" apre il side B e si ripiomba nel free organizzato. Beefheart sfoggia tutta la sua esuberante e primitiva vocalità nell’imitazione  sarcastica delle pose da divo rock: la voce spazia tra i registri (e le ottave) con cattiveria, isteria, de-umanizzazione; Sun just, sun just, sun just sun just siftin' thru and thru è il lamento di un eremita del deserto che arringa folle inesistenti. Nel frattempo i chitarristi abbozzano riff quasi hard, sostenuti dal battente drumkit di French, che pare picchiare su scatoloni di legno. Dopo singhiozzi di shenai, un’ armonica lamentosa e ogni deformazione possibile del riff principale, il finale è cupo: volume basso, sussurri, rallentamento, sospensione e la morte lenta di un flauto. Il testo è il continuo non-sense di un bambino che inizia a scoprire la parola.

Chiude il disco la titletrack; al centro, Beefheart assale l’armonica suonandola per accordi e letteralmente “respirandola”, da un alto la solita chitarra affilata, dall’altro una slide alla Son House di Death letter blues, il basso pulsa senza pausa e French ricomincia l’esplorazione ritmica di Tarotplane. Il testo è veramente un gioco di specchi impostato sull’allitterazione della “r” e della “m” che consente a VanVliet di ruggire a piacimento, ponendo di nuovo il suo baritono a sovrastare una Magic Band in trans agonistica. Grande l’assolo centrale del leader all’armonica, suonata a tutto spiano con un risultato che è a metà tra l’organino da strada e l’antica tradizione rurale dello strumento: Beefheart ne è sicuramente il più grande anti-virtuoso bianco, l’opposto di un Butterfield o di un Magic Dick.

Cosa resta del blues, cosa c’è di rock, quanto di jazz? Le canzoni sono come cadaveri sbiancati al sole del deserto del Mojave, la Magic Band e Beefheart gli avvoltoi che ne consumano gli ultimi resti. Mirror Man è l’ultimo approccio di VanVliet alla jam estesa, prima di mettere a fuoco la formula della canzone minima di Trout mask replica e Lick my decals. Nell’anno del capolavoro Sgt. Pepper, di Their Satanic Majesties Request, del debutto di Hendrix, Beefheart passa d’un colpo oltre ogni pretesa di arrangiamento colto, oltre al facile inseguimento della moda, rinuncia ed anzi si fa beffe del virtuosismo. Presentando un suono crudo, privo di ogni abbellimento, di ogni levigatura e anzi alla ricerca continua del dissonante, perfino del raccapricciante.
Nel recensire il disco per Rolling Stone, Lester Bangs vide giusto nel contrapporlo a Weels of Fire (e a tutto il rock mainstream inglese e americano di fine ’60). E in particolare alla già citata Spoonful, in cui Clapton, Bruce e Baker dispiegano tutta la loro perizia musicale e il loro virtuosismo, in un brano che, assolo dopo assolo è fatto più per strappare l’applauso che per mettere in azione il cervello. Se i Cream (e i Rolling Stones, e gli Who, e i Led Zeppelin…) riproducevano il blues calcando la mano ora sulla musicalità, ora sull’assolo, magari sui sottintesi sessuali, sulla precisione ritmica, Captain Beefheart riparte dalla componente più nera, selvaggia e africana, riappropriandosi di un gusto per il tempo “mobile”, per la creatività collettiva, per la fantasia sfrenata. Traducendo tutto in una proposta che fu, ed è tuttora, una delle più originali e sconvolgenti incise su disco.
Certo, ad ogni ascoltatore sano di mente questo album non può piacere più di Weels of Fire (o Sgt. Pepper…); quindi se per voi non è cosi … cominciate a preoccuparvi.


Nota Discografica

Le registrazioni dell’album risalgono all’autunno 1967. Non vedranno la luce fino al 1971 quando fu distribuito dalla Buddah records.  Il disco vide poi diverse riedizioni in CD negli anni ’90 per la Castle e la KamaSutra. Nel 1999 la Buddah pubblicò un CD dal titolo The Mirror Man Session, comprendente l’album originale (ma con le canzoni in ordine diverso) più alcuni interessanti outtakes del periodo di di Strictly Personal.





01. Tarotplane   
02. Kandy Korn   
03. 25th Century Quaker  
04. Mirror Man   

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