Montrose
Montrose

1973, Warner Bros. Records
Hard Rock

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 30/12/09

Recensione a cura di Cesare Vaccari

Gli anni ’70 furono pieni di straordinari fenomeni musicali e, per forza di cose, oggi ricordiamo quasi esclusivamente le band principali di quel decennio. In particolare ci vengono in mente quelle che hanno contribuito in maniera determinante alla nascita di tendenze musicali che anche in questo inizio di millennio sono largamente rappresentate.
Il marzo del 1973 vide l’esordio di una band che raramente viene citata tra le più importanti del panorama hard rock di quegli anni, ma che in realtà lasciò un segno indelebile su chi fu testimone della loro nascita: i Montrose.

P
er capire quanto fu importante il loro debutto nella musica divertiamoci a fantasticare.
Con la fantasia immaginiamo che la band nasca oggi: la stampa specializzata non esiterebbe un istante a definirla un nuovo super-gruppo.
Alla voce Sammy Hagar: alle spalle una carriera solista pluri-decennale, costellata di ottimi album in studio e di strepitosi album live, come “All Night Long” del 1978 e “Live” del 1980. Membro del quartetto Hagar-Shrieve-Aaronson-Schon con il quale pubblicò il live-album “Trough The Fire” nel 1984. Contemporaneamente mostra una certa attitudine imprenditoriale firmando una serie di Mountain Bike chiamate “Red Rocker”, dal suo soprannome. Per 12 anni circa è vocalist dei Van Halen per poi tornare alla carriera solista nel 1997 e anche alle sue passioni “commerciali” con l’apertura, inizialmente insieme ai Van Halen, del “Cabo Wabo”, una “Cantina” in territorio messicano dove si suona musica live e che produce anche una Tequila con lo stesso nome.
Bill Church al basso: nella band di Hagar dal 1976 al 1997 ed ora membro di un trio insieme a Tom Davies e Perry Hodges.
Denny Carmassi ai tamburi: membro della band di Hagar nel 1977/78, poi batterista dei Gamma in tre album. Entra a far parte degli Heart nel 1983 e vi resta per dieci anni. Contemporaneamente trova il tempo di suonare con Kim Carnes, Stevie Nicks, 38 Special, Cinderella e nel progetto Coverdale-Page, solo per citarne alcuni. Entra negli Whitesnake nel 1994, in occasione del tour che li porterà a toccare anche l’Italia a “Sonoria ‘94”, e vi resta fino alla realizzazione di “Restless Heart” del 1997. La sua collaborazione con David Coverdale continuerà comunque sino alla registrazione di “Into The Light” nel 2000.
Alla chitarra Ronnie Montrose: un curriculum “lungo come uno sceneggiato televisivo”, citando Andrea Mingardi, con all’attivo circa una decina di album in bilico tra l’hard rock, il jazz-rock e la fusion, tra i quali “Speed Of Sound” del 1988 risulta uno dei più amati dai fans. Appare in album di Van Morrison, Herbie Hancock, Edgar Winter Group, etc.. Fondatore nel 1979 dei Gamma, con i quali ha realizzato quattro album, l’ultimo dei quali nel 2005.


Tornando con i piedi per terra, ovviamente nel 1973 tutto questo non era ancora avvenuto e per Ronnie e soci questo album fu la prima vera occasione per dimostrare il loro talento. L’obiettivo fu centrato in pieno visto che poche sono le bands che possono vantare un esordio altrettanto brillante. Le otto canzoni contenute in questo long-play sono incredibilmente cariche di energia e freschezza e ancora oggi sono in grado di far venire i brividi lungo la schiena anche al rocker più incallito. Ogni canzone di “Montrose” è una potenziale hit, cosa dimostrata dal fatto che cinque dei sei singoli che la band ha realizzato durante al propria carriera, che comprende in totale cinque album, sono tratti da questo album. Per non parlare delle tantissime bands che si sono cimentate in riedizioni di queste tracce, tra le quali gli Iron Maiden (“Space Station N. 5” B-Side del singolo “Be Quick Or Be Dead”).
L’hard rock contenuto in questo Montrose è profondamente radicato nel blues, come appare evidente soprattutto ascoltando i due mid-tempo del disco, “Make It Last” e ”Rock Candy”, ma non per questo ne risulta appesantito. In particolare è molto blues l’interpretazione vocale di Hagar, distante anni luce dal modo di cantare nei Van Hagar (come ama definire lui stesso il periodo passato come cantante dei Van Halen). In queste canzoni la sua voce è molto vicina a quella di Robert Plant e il tutto suona molto Zeppelin, senza le eccessive dilatazioni psichedeliche caratteristiche di molte composizioni della band di Page e Plant. La personalità dei Montrose è molto forte e ogni canzone si distingue per delle particolari caratteristiche che all’epoca erano discretamente originali: per esempio l’imitazione del motore di una moto che cambia le marce, simulata dalla chitarra, all’inizio di “Bad Motor Scooter”, oppure gli effetti spaziali e psichedelici che introducono “Space Station #5” e il suono “enorme” della batteria all’inizio della già citata “Rock Candy”. Impossibile rimanere impassibili davanti a riff granitici e coinvolgenti come quelli di “Rock The Nation”, che apre l’album, o di “Make It Last”. I quattro elementi della band si dimostrano ottimi musicisti, preparati e precisi, ma nessuno di loro può considerarsi un virtuoso: anche Ronnie è da apprezzare più per il suo grande gusto e per le sue notevoli capacità di compositore, che per assoli funambolici a tutto manico. La sezione ritmica è affiatata e granitica e spesso inserisce nelle composizioni raffinatezze sorprendenti, come nella parte centrale di “Space Station #5. Hagar è un ottimo interprete oltre che un buon cantante e il suo modo di usare la voce cambia magistralmente adattandosi alle esigenze delle canzoni.
Nonostante l’indiscutibile qualità di questo album, vi sono comunque un paio di episodi che non brillano per originalità. “I Don’t Want It” e “Good Rockin’ Tonight”, pur rimanendo piacevoli all’ascolto, risultano un po’ troppo legati ai cliché del rock ‘n’ roll classico e ricordano in modo evidente i veloci shuffle cari ai Grand Funk Railroad, all’epoca già attivi da alcuni anni (del 1973 il loro “We’re An American Band”).


Personalmente ho sempre collegato questo primo album dei Montrose al primo album dei Van Halen, uscito 5 anni più tardi, senza capire mai esattamente perché: obiettivamente Ronnie Montrose non possiede il talento e l’originalità di Eddie Van Halen e il genere suonato è sì hard rock ma molto diverso nei due casi. E’ più un legame dovuto all’immediatezza e all’atmosfera “live” che si respira all’ascolto di questi due prodotti. Poi, non tanto tempo fa, ho scoperto che entrambi gli album sono stati prodotti da Ted Templeman…che sia questo il motivo che me li fa accomunare? So per certo che l’esordio dei Van Halen venne registrato in presa diretta, cioè una sorta di live in studio in cui viene registrata tutta la band contemporaneamente, a cui furono poi aggiunte poche sovraincisioni. Non sono al corrente se la tecnica usata per registrare “Montrose” fu la stessa, ma l’emozione che provoca all’ascolto è identica.


Ora sarebbe interessante, ma decisamente troppo complicato, indagare sul perché, i successivi album dei Montrose furono a livello artistico drasticamente non all’altezza dell’esordio, in una parabola discendente che li portò a sostituire prima il bassista Bill Church con Alan Fitzgerald in “Paper Money” (che ha comunque il pregio di contenere la bella “I Got The Fire” e le progressive “Connection” e “Starliner”), poi Sammy Hagar con Bob James in occasione del terzo album “Warner Bros. Presents”, fino all’uscita nel 1976 di “Jump On It”, dal contenuto assolutamente trascurabile. Il tentativo di far rinascere la band nel 1987 con l’album “Mean” non è certo da annoverare tra i più riusciti, anche perché della formazione originale appare solo Ronnie Montrose.
Godiamoci quindi questo ottimo “Montrose” e quando pensiamo al meglio dell’hard rock degli anni ’70 ricordiamoci anche delle belle otto canzoni che contiene.





01.Rock the Nation 
02. Bad Motor Scooter 
03. Space Station No.5 
04. I Don't Want It
05. Good Rockin' Tonight 
06. Rock Candy 
07. One Thing on My Mind
08. Make It Last 

Speciale
Black Sabbath: "Heaven And Hell / Mob Rules: Deluxe Edition"

Recensione
A Day To Remember - You're Welcome

Recensione
Architects - For Those That Wish To Exist

Intervista
Anneke Van Giersbergen: Anneke Van Giersbergen

Recensione
Epica - Omega

Recensione
Alice Cooper - Detroit Stories