DGM
Change Direction

1997, Elevate Records
Prog Metal

Recensione di Marco Ferrari - Pubblicata in data: 28/03/09

C’era una volta….
Ebbene sì, come tutte le favole anche quella degli italiani DGM deve pur avere un inizio, che viene, di fatto rappresentato da "Change Direction", album d’esordio che segue a distanza di un anno l’ep "Random Access Zone".

L’album si apre con la possente "Brainstorming", brano che mette subito in chiaro le forti influenze della band e che trovano le proprie radici in un evidente connubio tra le sonorità neoclassiche dei Symphony X per l’occasione striate dai forti richiami ai Dream Theater. Il pezzo risulta, nonostante i famosi richiami, molto ben strutturato e fresco nella sua evoluzione ed esalta quelle che sono senza dubbio le ottime qualità tecniche della band, anche grazie ad un interessante lavoro di drumming da parte di Gianfranco Tassella e alle evoluzioni di Diego Reali alla chitarra. Emozionanti sono le linee vocali che esaltano il lato più melodico della band, impreziosite dalla bella interpretazione di Luciano Regoli che però evidenzia subito alcune lacune relative alla pronuncia. Il ritornello, di matrice power metal, da ariosità ad un brano mutevole e mai scontato che va così a completare una opener di forte impatto che dipinge un quadro malinconico, ma al tempo stesso ricco di speranza che viene enfatizzata da assoli molto power oriented: veramente un inizio positivo.

La successiva "In My Heart" è una semi ballad riflessiva e suggestiva, caratterizzata da un’inarrestabile crescendo che anticipa il vincente bridge, prima di un refrain in cui le componenti power metal sono fortemente enfatizzate e vanno a confezionare il capitolo migliore del platter, sia dal punto di vista prettamente musicale, grazie ad un accattivante break centrale, che sotto l’aspetto melodico. Una piccola perla che mette in luce tutte le qualità che, esplodendo nei successivi lavori, porteranno la band romana al meritato successo.
"The Last Memory" riporta immediatamente il suono della band verso i lidi resi celebri dalla premiata ditta Romeo – Allen, in un brano che fa delle melodie, specialmente nella sua prima parte, la sua arma vincente. Il forte ed improvviso cambio di ritmo, nel quale sia la musica che le linee vocali si fanno alquanto spigolose, donano grande emotività al brano che trova il suo culmine nel toccante break centrale in cui voce e pianoforte ricordano da vicino i Queen. Il brano è lungo ed articolato e, nei suoi oltre sette minuti, non è mai noioso e spazia dall’hard rock al power metal con sorprendente naturalezza.  La successiva "Lonely Nights" è un altro brano particolarmente lungo e viene introdotto dal caldo suono di un pianoforte che da vita ad una articolata ballad progressive nella quale, purtroppo, il forte accento del bravo Luciano diviene una debolezza non trascurabile. Un vero peccato perché il crescendo emotivo è molto ben articolato grazie ad uno stupendo lavoro delle tastiere di Maurizio Pariotti che raggiungono l’apice nella futurista e visionaria parte finale del lungo solo, prima di planare nuovamente su dolci melodie che accompagnano il brano sino alla sua fine.

La lunga "Anthem" rappresenta l’inizio del cambiamento stilistico che troverà il suo compimento nei successivi brani. Sono forti richiami al periodo "Awake" del teatro del sogno quelli che fanno da preambolo ad un parlato molto aggressivo. Il brano non è solo il più lungo, ma anche il più articolato e di difficile assimilazione del disco, ed è caratterizzato da forti contrasti musicali,  come ad esempio la contrapposizione tra la durezza delle strofe e la dolcezza del bel ritornello. Poco dopo il terzo minuto ha inizio una parte molto sperimentale in cui tutte le influenze e le qualità della band vengono evidenziate con alterne fortune ed è caratterizzato da costanti progressioni che enfatizzano la speranza, le lacrime e i sogni che fanno da compagni nella ricerca dell’amore.
E’ un lungo intro strumentale quelle che apre la successiva "Do What You Want", brano scanzonato che si concretizza in un ritornello inaspettatamente allegro, che risulta però, la parte migliore di un pezzo generalmente meno ispirato rispetto ai precedenti, ma che, soprattutto, rompe la tensione emotiva generata dalle calde tinte utilizzate dai DGM.
Il ritorno a sonorità progressive avviene con la successiva title track che si fa ricordare per le continue evoluzioni, ma che, seppur musicalmente pregiata, non trova adeguata enfasi nelle stucchevoli linee vocali. Nonostante l’ottima esecuzione il pezzo non decolla risultando meno ispirato rispetto ai precedenti.
Il disco si conclude con la strumentale "Flyin’ Fantasy", brano registrato nel 1994, che rappresenta un omaggio agli inizi della band, ma che, ponendo eccessiva  enfasi sulla  melodia, risulta privo della necessaria fantasia per giustificarne i suoi cinque minuti di lunghezza.

Ha così fine un album decisamente a due facce, in cui, ad una prima parte ispirata e molto uniforme sia  in termini musicali che emozionali, nella quale la lezione dei Symphony X e dei Dream Theater viene riletta in chiave personale,  segue una seconda parte del lavoro che, pur  rimanendo comunque sufficientemente piacevole nei suoi singoli episodi, non risulta adatta a completare il bel quadro dipinto dai DGM sino a quel punto, lasciando un senso di incompiuto. 



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