Dark Tranquillity
The Mind's I

1997, Osmose Productions
Death Metal

Recensione di Lorenzo Brignoli - Pubblicata in data: 27/02/10

Siamo a Goteborg, nel 1997. Ormai nella città è presente una scena caratterizzata da un sound preciso, creato sulle note di “Slaughter of The Soul”, “The Jester Race” e “The Gallery”, ovvero per chi scrive i manifesti di questo genere. Dopo lo scioglimento, datato 1996, del gruppo dei fratelli Bjorler, le due punte di diamante rimaste, ovvero In Flames e Dark Tranquillity, cominciarono a comporre dei nuovi album, entrambi destinati a rimanere nella storia di questo genere, seppur non con la stessa fama di quelli che li avevano preceduti.

Non era facile restare ai livelli celestiali di “The Gallery”, se non impossibile. I Dark Tranquillity ci provarono e ci riuscirono, almeno parzialmente. Dico parzialmente perché mi è difficile mettere questo disco al livello del suo illustre predecessore, ma mi è altrettanto difficile negare l’assoluta qualità di questo lavoro, che probabilmente ha il suo unico neo in una produzione non particolarmente brillante e potente. Gli svedesi hanno sempre avuto nel DNA la caratteristica di cambiare e di evolvere il proprio sound album dopo album, e “The Mind’s I” non fa eccezione. Non aspettatevi però cambiamenti bruschi (come tra il debutto “Skydancer” e “The Gallery”), piuttosto una naturale evoluzione del sound della band.

Già dal riff portante dell’opener “Dreamlore Degenerate”, che strizza l’occhio al thrash metal, si capisce che non ci troviamo davanti ad un mero clone del disco del 1995. La traccia, piuttosto breve come durata, risulta essere molto catchy e ci introduce nel modo migliore ad uno dei classici del gruppo, ovvero “Zodijackyl Light”: si tratta di una delle canzoni proposte più frequentemente dai Dark Tranquillity nei live, e difatti sentendola non si può non notare il suo impatto devastante fatto di un ritmo veloce e trascinante, grazie anche a riff spaccaossa e alle sempre ottime vocals di Stanne. Più varia risulta la successiva “Hedon”, uno dei capolavori indiscussi del gruppo, grandiosa nell’alternare malinconia e rabbia con la voce di Mikael che, manco a dirlo, da una marcia in più. Nel finale della canzone  un’accelerazione devastante, seguita da un passaggio più calmo e toccante, sottolineato da uno screaming intensissimo, crea uno dei momenti più toccanti di tutto il disco (“We Look to You Afraid / To See What We Really Are”), a conclusione di una delle migliori tracce della discografia degli svedesi. Nel quarto brano i nostri tornano a picchiare, la canzone, intitolata “Scythe Rage and Roses”, strutturalmente ricorda da vicino l'opener: molto coinvolgente, veloce e di breve durata. Anche qui il momento clou è il finale, con la voce di Stanne che si sovrappone alla stessa filtrata, creando così un effetto da pelle d’oca all’ascoltatore.

Questa prima parte di album risulta quindi essere di altissima qualità, con quattro canzoni coinvolgenti e varie; si ha invece un leggero calo con le successive due, “Constant” e “Dissolution Factor Red”, entrambe buone (molto bello ad esempio il riff pre-chorus della seconda), ma che non raggiungono i livelli di quelle che la precedono. Si torna però ad altissimi livelli con quella che è la migliore traccia dell’album, cioè quel capolavoro che risponde al nome di “Insanity’s Crescendo”: introdotta da un toccante passaggio di chitarra acustica e dalla splendida voce di Sara Svensonn, esplode con l’attacco delle chitarre elettriche. Nei sette minuti di durata della canzone c’è spazio per tutto, da riff pesanti a passaggi più melodici, il tutto condito dalla semplicemente perfetta prestazione di Stanne, le cui vocals più di una volta si intrecciano splendidamente con quelle femminili.

Arriviamo dunque all’ultima parte del disco, costituita da cinque pezzi: tra queste troviamo “Still Moving Sinews”, canzone discreta, aggettivo peraltro da condividere con “Atom Heart 243.5” e “Tongues”, ovvero tracce che per quanto mi riguarda di sicuro non resteranno nella storia del gruppo anche se non si possono considerare brutte. In mezzo a queste ultime due, segnalo una buona “Tidal Tantum”, più cadenzata e piacevole, ed infine la sognante ultima traccia, che si pronuncia allo stesso modo dell’album ma si scrive differentemente, “The Mind’s Eye”, ottima chiusura di un grande album.

Quindi, pur offuscato dalla vicinanza temporale di due lavori fondamentali per la storia del gruppo (ovvero il monumentale “The Gallery” e lo sperimentale “Projector”), “The Mind’s I” non può essere trascurato dai cultori del genere, che sicuramente vi troveranno ciò che cercano: melodia e potenza, vocals graffianti e come sempre, quando si parla di Dark Tranquillity, testi curati e profondi. Per tutti gli altri il consiglio è di provare comunque, perché questo gruppo merita più di una semplice chance.





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