Killswitch Engage
Atonement

2019, Metal Blade Records
Metalcore

All’ottavo album, il modus operandi della band cambia ben poco e rimarrà gradito ai fan di vecchia data, oltre che essere in generale degno di un ascolto. A rendere l’album realmente memorabile però, sono solo le due collaborazioni con Billy e Jones.
Recensione di Lucia Bartolozzi - Pubblicata in data: 08/10/19

Mettiamolo in chiaro: i Killswitch Engage sono una di quelle band che in generale non sperimenta, ma va comunque avanti con delle formule efficaci. Dall’ultimo album “Incarnate” si vede una ripresa, soprattutto per quel che riguarda la voce di Jesse Leach, sottopostosi a un’operazione alle corde vocali di recente. La qualità del pulito rimane più o meno invariata, ma il miglioramento dei suoi scream e growl è apprezzabile. Forse però, le menzioni più importanti non vanno ai progressi di Leach, ma ai contributi di Howard Jones e Chuck Billy dei Testament, rispettivamente nei pezzi “The Signal Fire” e “The Crownless King”.

 

La prima sezione dell’album è aperta dal singolo “Unleashed”, perfettamente in stile Killswitch, ma con qualche variazione sul tema. Un buon modo di aprire, un giusto equilibrio nelle parti di voce e un piccolo azzardo sul tempo, sull’atmosfera generale che si va a creare. Il pezzo forte sicuramente il seguente però, il già citato duetto con l’ex cantante Jones, perfettamente orchestrato dalle due voci, con un consistente apporto dal precedente vocalist. Interessante è “Us Against The World”, un altro inno da battaglia costruito su molteplici stratificazioni delle tracce vocali, ognuna delle quali pronta a mostrare ancora il recupero di Leach.
Segue la traccia che vede ospite Chuck Billy, in una giustapposizione di thrash e metalcore ben riuscita su una tirata tutta in down-picking.
Verso la seconda parte ogni traccia sembra funzionare a suo modo pur zoppicando. “I Am Broken Too”, i cui proventi andranno in beneficenza all’organizzazione Hope For The Day, affronta ancora una volta il tema della salute mentale ma rischia molto di risultare stucchevole musicalmente. “Know Your Enemy” non è purtroppo una cover dei Rage Against The Machine, ma un pezzo  sfrutta con un riff molto à la Pantera. L’unico altro pezzo degno di nota  andando avanti è forse “Ravenous”.


Niente di nuovo sul fronte occidentale, insomma. All’ottavo album, il modus operandi della band cambia ben poco e rimarrà gradito ai fan di vecchia data, oltre che essere in generale degno di un ascolto. A rendere l’album realmente memorabile però, sono solo le due collaborazioni.
A questo punto della loro carriera è difficile decidere se una svolta più al passo coi tempi e  più azzardata gioverebbe loro. In fondo, possiamo vederli come una delle colonne portanti del genere e forse è bello trovare una sicurezza nei loro pezzi, ma una nuova mano di colore non guasterebbe.





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