The Dark Red Seed
Becomes Awake

2018, Prophecy Records
Dark Folk

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 22/05/18

The Dark Red Seed, o l'ambiguo dualismo opponente vita e morte: il progetto degli statunitensi Torsten Larson e Shawn Flemming giunge al debutto sulla lunga distanza dilatando il parco delle suggestioni oniriche già presenti nell'EP "Stands With Death" (2017). "Becomes Awake" non rappresenta un viaggio da comprendere soltanto attraverso le categorie razionali del pensiero analitico: benchè le sue radici organiche e terrose siano percepibili in ogni singola nota, ampie ramificazioni di fertili ed eterogenei germogli sonori  conducono l'ascoltatore in un labirinto turbinoso in cui si corre il piacevole pericolo di perdere l'orientamento e scoprire inaspettate dimensioni. Un conglomerato di strutture tattili che costituiscono l'ordito spirituale dell'album: dieci brani circolari, da interpretare seguendo i flussi delle maree e da coltivare come pianta miracolosa nel deserto in fiore di Atacama. 

 
Nell'ultimo lavoro il duo di Portland batte, dunque, percorsi piuttosto coraggiosi: laddove il mini di otto mesi fa si inseriva nella tradizione del dark folk a stelle e strisce, concentrandosi dal punto di vista lirico sulla fine mondana degli esseri viventi esaminata sotto tre ottiche differenti, il nuovo platter assorbe influenze musicali provenienti dal Medio ed Estremo Oriente per tratteggiare le tappe di un lungo itinerario teso alla ricerca dell'equilibrio interiore. Una lotta costante che vede protagonisti luce e tenebra impegnate a sopraffarsi: del resto l'operazione di travasare gli insegnamenti di Gautama nel cuore nero dell'Occidente esigono il prezzo della difficile eppur necessaria convivenza. 
  
 
Se in apertura la sferzante elettricità di "Dukkha" esacerba sensazioni di dolore e fallimento, il disperato blues di "Darker Days" nutre l'angoscia di scivolare ineluttabilmente sempre più in basso: tuttavia, in limine, si avverte la possibilità di profondi cambiamenti. L'instrumental "Alap" funge da cerniera decisiva: improvvisazione indiana e introspezione meditativa connettono mente e corpo, il battito cardiaco rallenta, il conflitto viscerale tende gradualmente all'unisono, si avverte il respiro profondo prima di sfide inedite e fondamentali. Sulle sponde dei fiumi pigri e carichi di sabbia di "Ancient Sunrise" si scorgono passeggiare vecchi carichi di boccioli appassiti, forse frammenti di una cerimonia appena terminata, mentre il vortice psichedelico sine voce di "Mouth Of God" assume le fattezze di un antico rosario vedico da sgranare in selvaggio devanāgarī: nel frattempo si fa strada la dottrina buddista della Śūnyatā nel tessuto acustico di "The Destroyer". Il processo di pacifico svuotamento trova appigli sulla parete jazzistica di "The Void" e si trasforma in stato consapevole nelle strane vibrazioni goth-country di una "Awakening" nella quale si scorge Nick Cave armeggiare con il sitar. E quando la delicata ballad "Sukha" sembra costituire l'apice di una stabilità tanto agognata e oramai raggiunta, in "Diana And Ouroboros Dance", pezzo conclusivo che naviga tra i lancinanti feedback dei The Velvet Underground e il messianesimo oscuro dei The Doors, la dea greca dell'immortalità e del desiderio frena gli entusiasmi, rammentando all'umanità la danza perpetua nel cerchio dell'infinito: la ricomposizione dell'armonia spezzata diviene un obiettivo ciclico.
  
 
La forza di "Becomes Awake" risiede nella capacità dei The Dark Red Seed di innestare accattivanti melodie all'interno di un songwriting complessivo in realtà multiforme e stratificato: la coppia dimostra una padronanza sorprendente di stili in grado di proiettare il disco nel novero delle opere inclassificabili e dal significato universale. L'arcano e il filosofico declinati secondo la volubilità delle emozioni.




01. Dukkha
02. Darker Days
03. Alap
04. Ancient Sunrise
05. The Mouth Of God
06. The Destroyer
07. The Void
08. Awakening
09. Sukha
10. Diana And Ouroboros Dance

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