Big Deal
June Gloom

2013, Mute
Pop Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 21/07/13

I primi focolai facevano pensare a un fenomeno innocuo, moderatamente innovativo, discretamente interessante. Qualche annetto, e l'intera faccenda si è trasformata in una moda dalla presa facile e dalla diffusione inquietantemente rapida. Oggi non ci sono più dubbi: quella che è in atto è un'autentica e preoccupante pandemia. Perciò, se state valutando l'ipotesi di dar vita a un amoroso sodalizio con qualcuno/a con cui vi trovate in sintonia, pensateci su due volte: nel giro di un niente, potreste trovarvi ad aver tirato su un duo dream pop.

 

Verosimilmente, la biondissima e appena maggiorenne Alice Costelloe e il quasi trentenne dallo sguardo triste Kacey Underwood non erano stati messi in guardia da nessuno: breve il passo che li ha portati dalle lezioni di chitarra (date da lui a lei) al comporre musica insieme, culminato nel lancio, sotto il modestissimo nome Big Deal, dell'esordio "Lights Out". Finiva così sull'ormai freddino mercato britannico del 2011 l'ennesima opera di indie pop artigianale da camera, il classico delicato e inoffensivo amalgama di sospiri, sussurri e chitarre essenziali, che raccontano di semplici e spensierati attimi della vita di una giovane coppia.

 

Passati i primi secondi di "Golden Light", che ricalcano in maniera abbastanza fedele quanto fatto nell'album di debutto, "June Gloom" comincia però a prendere una forma diversa: al disimpegnato e candido amoreggiamento si sovrappone un piglio più roccioso e dinamico, spesso lasciato correre in rapidi up-tempo. Questo grazie all'inserimento di un'inedita sezione ritmica, che permette ai due di esplorare un ventaglio di sonorità decisamente ampio, fornendo così personali rivisitazioni di svariate correnti pop-rock diffusesi negli ultimi quindici anni: timidi omaggi al grunge e chitarre simil-Smashing Pumpkins affiorano in "Call And I'll Come" o in "Swapping Spit", fiancheggiando i suoni quasi shoegaze di "Dream Machine", le avvolgenti malinconie di "Pillow", la chiusura lo-fi affidata a "Little Dipper" o "PG".

 

Ma quel che si mostra variegato e frizzante è, purtroppo, soltanto un involucro: sotto il rumoreggiare delle chitarre la proposta della coppia mantiene tutte le sue ingenuità e i suoi difetti, tra cui la non trascurabile banalità delle lyrics o l'assoluta uniformità, su tutta la tracklist, delle melliflue voci, che non disdegnano di prodigarsi in decine di tremendi "ah-ah" quando l'ispirazione si fa particolarmente scarsa. Va a finire così che il "vorrei ma non posso" dell'eccentrica "Teradactol", con la sua tempesta elettrica che sembra sempre sul punto di scoppiare ma resta contenuta in una gabbia d'incolore piattezza, assurge a perfetto emblema del secondo lp del duo inglese. Che ha i suoi passaggi gradevoli e che palesa una sensibile crescita, ma che rimane ancora un deal piuttosto small.





01. Golden Light

02. Swapping Spit

03. In Your Car

04. Dream Machine

05. Call And I'll Come

06. Teradactol

07. Pristine

08. Pillow

09. Catch Up

10. Little Dipper

11. PG

12. Close Your Eyes 

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