Black Rebel Motorcycle Club
Specter At The Feast

2013, Co-op
Garage Rock

Voleva essere un doppio album, ma avrebbe il valore di un EP...
Recensione di Alberto Battaglia - Pubblicata in data: 29/03/13

A tre anni dall'ultimo buon capitolo della loro carriera esce questo "Specter At The Feast" che è di base more of the same, con una qualità media tendenzialmente inferiore a "Beat The Devil's Tattoo". Ma non corriamo troppo nella fretta di passare ad altro: nel mezzo della scaletta scoviamo un pugno di canzoni fra le più lucide e coerenti del repertorio di Been e Hayes. E dire che l'idea era quella di fare un doppio album! Questo "Specter At The Feast" sarebbe stato, piuttosto, buono come EP, due pezzi a facciata di disco e via. Vediamo perché.


Le canzoni del trio di San Francisco seguono ancora gli stessi spiriti guida: lo shoegaze, il melodismo alla brit (li vedresti bene come dirimpettai dei Kasabian anche se sono americani), qualche elemento blues e una voce drogheiforme alla Lou Reed (forse sarebbe meglio dire Jim Reid...). Viene ridotta qui la venatura folk del predecessore in virtù di qualche esplorazione a profonda frequenza, nelle quali i bassi dipingono atmosfere quasi trip-hop ("Fire Walker", "Some Kinds Of Ghost"). Nel complesso però prevalgono gli svariati episodi di classico garage rock distorto a bassa pretesa ("Rival", "Teenage Desease") dai quali si possono salvare il singolo "Let The Day Begin" che riesce sul fronte dell'orecchiabilità (giro di basso ritrito, ma sempre efficiente) o il boogie blues zizitoppiano di "Hate The Taste".

 

Ma le sorprese provengono dai pezzi più distesi, a partire dalla riuscita "Returning", sorta di dolce concentrato noise pop. Sulle parole "noi tutti andiamo avanti" gli strati sonori delle chitarre vengono sprigionati come una cascata di cristalli, mentre avanzano intanto cori struggenti e tutto via via si fa più potente nell'impatto sonoro, sino al climax finale. Segue subito dopo la tenera "Lullaby", un'agreste ballata arricchita di diverse parti acustiche ed echi atmosferici di bellezza tale da rendere una semplice canzone d'amore una parentesi di grandissima delicatezza e classe ("Camminerò finché non avrò più un'ombra"). L'ultima amena oasi cullante è per gli otto minuti conclusivi di "Lose Yourself" che ripetono bene, ma senza troppa inventiva, lo schema collaudato di una melodia tenue affogata nel vibrante vento della distorsione.


I Black Rebel Motorcycle Club qualche carta da giocare dimostrano ancora di averla: quest'ultimo lavoro, però, oltre che essere nient'affatto originale manca nella buona parte della sua durata di quelle melodie sapientemente arrangiate o dei riff killer che dànno un senso vero alla band. Ma se valutiamo quell'EP immaginario composto dai momenti migliori, allora un senso, per fortuna, lo troviamo ancora.





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