Blink-182
California

2016, BMG/Sony
Punk Rock

Sedici pezzi al tritolo come non li sentivamo dal 1999: era Enema of the State, parole dure ma vere.
Recensione di Francesco De Sandre - Pubblicata in data: 03/07/16

"Hey here's to you California, beautiful haze of suburbia". Qualche anno fa Fall Out Boy e All Time Low hanno fregato i Blink-182, ora Neck Deep e State Champs hanno conquistato la vetta dei consensi. Eppure questo Punk Rock non dimentica. Eppure i Blink-182 tornano sempre protagonisti dell'attualità, nei riferimenti, nei videoclip, nei ringraziamenti in grande e in piccolo nei libretti dei CD. Ma cosa succede se tornano per davvero, con la loro musica? Succede che per qualche minuto il mondo si ferma e si torna indietro, sulla rampa di lancio con lo skate verso la piscina, ma anche in giro a piedi con le braghe larghe lungo la periferia che suda asfalto e solitudine, a celebrare uno stato mentale congelato dall'industria musicale e disciolto dal calore di un ritorno degno di questo nome.


Da giugno a ottobre in tour con i nipoti di una generazione per sempre a loro grata (A Day to Remember, All-American Rejects, All Time Low, Simple Plan), poi ai vertici delle classifiche con "Bored to Death", poi gli alieni di Tom a decretare una definitiva débâcle cerebrale, ora fuori con California e sedici pezzi - di cui due inseriti più per scherzo che per onori di tracklist - al tritolo come non li sentivamo almeno dal 1999. Era Enema of the State, le parole sono dure ma vere: si sta meglio senza DeLonge. L'asse Barker-Hoppus funziona a meraviglia e Skiba fa tutto quello che gli viene chiesto: quanto si sono divertiti i nuovi Blink a registrare, chiudendosi per due mesi nell'inverno più caldo che abbiano mai vissuto, un omaggio al loro stesso ritorno, un roboante messaggio di allerta agli adolescenti di oggi e a chi lo è ancora, da vent'anni. E si ritorna "Kings of the Weekend", con le ginocchia stanche ma con la faccia pulita, e con la mente sgombra da ogni paranoia DeLongiana sull'abbandono, sull'ansia, sulla negatività che ha abbracciato questo genere fino a sopprimerlo e trasformarlo nel male, deformando i cervelli di chi ora cresce allergico alla vita e al tentativo di viverla.


L'esclusione di Tom - da non colpevolizzare, un artista dal valore indiscutibile, ma non più positivo per ciò che i primi Blink si erano prefissati di comunicare - è luce nel "Rabbit Hole" in cui Mark non vuole più cadere, circondandosi di realtà e di sogni mai contaminati da elettronica ed effetti. Sogni che sono merce rara in un disco che non parla di cosa opprime il mondo ma di come combattere l'oppressione, serenamente, a colpi di chitarra e di una batteria più veloce del nemico. San Diego ringrazia e riabbraccia i suoi ministri della sorridente distruzione.





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