Caligula's Horse
Bloom

2015, InsideOut
Prog Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 14/10/15

"The second confusing thing about Australia are the animals. They can be divided into three categories: Poisonous, Odd, and Sheep."

[Douglas Adams]

 

La prima cosa che lascia più perplessa dell'Australia, invece, potrebbe essere la sua scena musicale. Anch'essa divisibile in tre categorie: gli AC/DC, per cominciare. Poi una serie di psichedelici psicopatici che compongono indie sotto effetto di sostanze. Poi ancora, per ultimi, un ampio spettro di prog moderno, che abbraccia la bestialità dei Ne Obliviscaris ma anche le leggerezze ottantiane dei Karnivool. Una fauna musicale sempre strana, senz'altro unica, il più delle volte dannatamente interessante.

I Caligula's Horse si inseriscono proprio nel mezzo di quest'ultima categoria: troppo dolci per essere metal, troppo distorti per essere rock, i cinque ragazzi di Brisbane hanno inserito i loro primi due album in quel magmatico e metamorfico mosaico di djent con voci cristalline, di alternative Tooliano con sporadica cattiveria, che tanto è andato di moda nell'ultimo quinquennio. "Bloom" però parla chiaro già col suo titolo, o con il testo della sua suggestiva introduzione: vuole essere il fiorire di qualcosa di nuovo, la base di una nuova avventura, lo sbocciare di inedite inclinazioni. Con mestiere, l'album s'apre sulle note di un'acustica, con suadenti vocals che si gonfiano d'enfasi per poi esplodere in un inaspettatamente gridato "Wake Up", quando s'accendono le luci e le chitarre cominciano a grattare, il basso smette d'essere sfiorato ma comincia ad essere maltrattato a plettrate, il blast beat parte in un incontrastato macinìo di tempi dispari.


E' un'introduzione d'assoluto impatto, si diceva, che dà un'ottima idea di quello che sarà il prosieguo dell'opera: senza mai esagerare nei toni e nel volume, nei suoi 44 minuti (com'è difficile trovare dischi prog tanto compatti...) "Bloom" mette in mostra malinconica compostezza e giovane esplosività, matematico tecnicismo e sussurrato sentimento. In "Marigold", singolone in cui Opethiani sentori s'alternano a deliziose atmosfere tastieristiche da post-prog, si confluisce in un coinvolgente e insolitamente ritmato ritornello; nella centralissima suite "Dragonfly" voci e chitarre si rincorrono in un lungo, danzante corteggiamento, interrotto -ma solo per pochi istanti- da giochi di silenzi ed echi, o da qualche garbato virtuosismo; vette d'inortodossia vengono infine raggiunte in "Turntail", dove la verve saltellante dei Tesseract viene estremizzata in strofe dall'incedere tanto allegro e soft da sfociare quasi nel pop (effetto radiolina incluso), per lasciare la chiusura a un po' di immancabile shredding e a qualche atmosfera decisamente più solenne.

Con l'indiscutibile eleganza di "Undergrowth" (che, su note d'acustica, chiude il cerchio con la titletrack piazzata come opener), s'arriva al termine di una delle più belle sorprese di questo 2015 già davvero ricco di soddisfazioni per l'universo prog. "Bloom" è un vero gioiello, una dimostrazione di come il prog possa essere complesso senza essere cervellotico e semplice senza essere banale, di come sia possibile incamminarsi sulla scia dei (soliti) grandi maestri facendo comunque emergere, da ogni nota, originalità e personalità. Un grandissimo album, una promettentissima band. Viva l'Australia.





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