Wiegedood
De Doden Hebben Het Goed III

2018, Century Media Records
Black Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 18/04/18

L'Apocalisse, per risultare davvero efficace, necessita di essere elaborata serenamente e a sangue freddo da orologiai che ne comprendano il meccanismo profondo: il corollario venefico del disfacimento non può prescindere dalla minuzia della preparazione attenta ai particolari, da un'alleanza il cui comune intento risiede nel demolire ogni residua aspettativa di rigenerazione. I Wiegedood, supergruppo belga composto da membri di Amenra e Oathbreaker e appartenente all'esoterico collettivo Church Of Ra, si presenta al pari di una coalizione dedita a una blitzkrieg devastatrice e martellante non scevra di sezioni atmosferiche in grado di accentuare la sensazione di catastrofe imminente.
 
 
"De Doden Hebben Het Goed III", terzo album in studio della "sindrome della morte infantile improvvisa", coagula in quattro diaboliche suite le due anime del combo istoriate nei capitoli precedenti: gli elementi cascadian e post BM dialogano con le armonie sterminatrici di scuola scandinava, in una sorta di nefasto ibrido nel quale convivono Gorgoroth, Dark Funeral, Forteresse e Wolves In The Throne Room decostruiti e rielaborati con metodo cartesiano. Un'ondata geometrica di ars goetia nelle pianure fiamminghe, declinata attraverso le crepuscolari suggestioni di un olocausto sonoro vorace e sinistro.
 
 
Tremolo picking, velocità forsennata e rari passaggi in mid-tempo: la ferocia di "Prowl" lascia pochi spiragli di speranza, lo scream carico d'odio di Levy Seynaeve si tinge di componenti malsane e ieratiche che nel lungo finale ricordano l'Attila Csihar di "Freezing Moon", la batteria procede al pari di un cingolato su stoppia ardente, supplendo da sola l'assenza del basso. Il blast beat folle di "Doodskalm" accompagna un ipnotico diluvio di riff che avanza imperterrito sino a metà brano, quando il clima cangia rarefatto e malinconico: si insinuano morbidi arpeggi, il ritmo assume toni cadenzati, il tormento grava ancora più lacerante sullo spirito, poi l'arresto diviene improvviso, gli echi della rovina si spengono tra le teredini della misantropia. Gli accordi dissonanti di "De Doden Hebben Het Goed" impregnano di cupezza un traccia fluviale che accosta fraseggi convulsi e melodici di stampo svedese (Lord Ahriman docet) a una progressione terminale ove l'iterazione dei giri provoca uno stato di trance di sapore Québécois; chiude il caos organizzato di "Parool", massiccia quanto velenosa nel proprio dispiegarsi frenetico e meditabondo.
 
 
Lucidi e furenti, i Wiegedood dimostrano come anche la periferia del black metal riesca a ergersi a catalizzatrice del Male e del disprezzo, seguendo una perfida e produttiva scia coinvolgente nazioni quali Islanda e Danimarca, nuovi approdi sulle sponde dello Stige. La catabasi nel regno di Re Filippo non ammette purificazione alcuna.




01. Prowl
02. Doodskalm
03. De Doden Hebben Het Goed
04. Parool

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