Deftones
Gore

2016, Reprise Records
Alternative Rock

I Deftones mutano pelle senza tradire se stessi e lo fanno con maestria. Un album fortemente introspettivo che si riflette nei testi tormentati di Chino Moreno e nell'esplosione del romanticismo anche in un contesto di musica heavy
Recensione di Salvatore Dragone - Pubblicata in data: 02/05/16

Mentre molta della musica rock contemporanea si affanna, salvo poche eccezioni, alla ricerca della scorciatoia più facile per il successo, i Deftones sono la classica boccata di ossigeno contro l'aria stantia. Anche in occasione dell'uscita di "Gore" la band di Sacramento ha mischiato nuovamente le carte in tavola dando vita ad un album diverso dai suo predecessori, ma istantanea fedele di un momento specifico della loro carriera.

 

Sebbene molto spesso l'evoluzione venga fraintesa come una perdita di ispirazione, il loro ottavo album in studio denota invece una grande maturità artistica che si riflette in undici canzoni di rara eleganza. Così come un bravo pittore, i Deftones sfruttano la varietà della propria tavolozza dei colori questa volta soffermandosi sulle tonalità del rosa e giocando sulle luci crepuscolari. La morte dello storico bassista Chi Cheng dopo il coma e le turbolenti dichiarazioni di Stephen Carpenter, forse scontento del nuovo materiale, sono state probabilmente fattori determinanti per il risultato finale in cui si avverte la tensione tra il lato estremo e quello più sperimentale/atmosferico della band.

 

Emozionante come lo stormo di fenicotteri in volo in copertina, "Gore" è un album fortemente introspettivo che si riflette nei testi tormentati di Chino Moreno e nell'esplosione del romanticismo anche in un contesto di musica heavy, che forse non deve sempre e solo rivendicare la sua durezza per essere considerata valida. Il singolo"Prayers/triangles" racchiude in sé le caratteristiche principali di questo disco dove melodie sognanti, delay e tempi dilatati recitano la parte del protagonista. Non mancano digressioni più aggressive come "Doomed User" o la titletack seppur rimangano in stretta minoranza rispetto al passato.

 

I Deftones mutano pelle senza tradire se stessi e lo fanno con maestria, il lavoro di scrittura e la cura negli arrangiamenti sono la vera forza di un album che si lascia piacevolmente ascoltare per intero. Anzi è proprio nel finale che arrivano ulteriori sorprese con la struggente "Phantom bride" impreziosita dal dolce lamento della chitarra di un ospite d'eccezione come Jerry Cantrell.





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