Empyrium
The Turn Of The Tides

2014, Prophecy Productions
NeoFolk

Il leggero curvare delle onde segue la naturale evoluzione degli Empyrium: una tragedia attesa per dodici anni

Recensione di Alessio Sagheddu - Pubblicata in data: 07/08/14

Partiamo dai numeri: dodici sono gli anni che ci ricordano l'uscita di "Weiland", ben venti dall'effettiva formazione e quattro invece dall’ufficiosa notizia di una reunion che tanto ha ridato a chi credeva di non poter riprendere più il discorso Empyrium. Il tomo invecchiato ed impolverato che porta scritto il nome dei tedeschi, viene quindi riaperto e lo fa in grande stile. Come già detto, la distanza tra questo nuovo "The Turn of the Tides" e il suo predecessore non è affatto impercettibile. I Nostri, se proprio dobbiamo dirla tutta, non sono mai spariti del tutto: "Into the Pantheon", qualche compilation album, EP e come dimenticare il ritorno sottotono dei The Vision Bleak (non ce ne voglia Konstanz), tutte testimonianze, almeno per quanto riguarda Schwadorf, che il flusso musicale non si è mai arrestato.

 

Sebbene parlare di concept naturale non suoni affatto nuovo a chi ha da sempre seguito le gesta della band, è anche tangibile il fatto che fin dal loro debutto, i Nostri, abbiano sempre cercato di custodire gelosamente il loro rispetto verso ciò che è naturale, senza nasconderlo (basta dare una rapida occhiata a tutti gli artwork per rendersene conto). Reinventarsi poi, non è mai facile per una band, non dopo dodici anni passati tra luci e ombre; Fortunatamente per gli Empyrium ma anche per noi umili ascoltatori, questo è possibile. Chi scarterà l'album dopo qualche ascolto e sprofonderà nella più amara delusione, dovrà vedersela con un passato doom ancora non del tutto dimenticato. Qui, signori miei, non stiamo parlando del ridondare che sempre più affligge il genere metal, il discorso verte su una band che è riuscita, attraverso nostalgie passate, a trovare una nuova strada, sì diversa, ma non meno efficace. "The Turn of the Tides" è la tragedia musicale di un’anima neoclassica, maturata nel neofolk e ora abbastanza forte da affrontare alcune scelte new age, affiorate senza timore lungo le sette tracce. Sette appunto le tracce, sudore di uno Schwadorf, abile polistrumentista di lugubri malinconie, che riesce nell'intento anche grazie all'apporto essenziale di Thomas Helm, passato dalle brevi comparsate come guest ad un posto da vocalist in piena regola; il timbro scuro e drammatico del cantante tedesco controbilancia con l'impostazione tenorile che non decide mai di strafare, rimane sofferta, priva dell'ambizione di "voler far vedere".

 

Uno volta fatto partire, questo quinto album, parla da sé: le backing vocals operistiche dell'iniziale "Savior", uniche parvenze di growl (“Dead Winter Ways”) e il finale di "In The Gutter Of This Spring", rievocazione di un passato, ora però visibilmente lontano. Incentrata su qualcosa di arcaico è la melodia che sgorga lungo “The Days Before The Fall”, mentre è l'intimità a parlare con il piano in "We Are Alone"; quasi a voler chiudere proprio nell'intimità, memorabile la linea chitarristica di una "With The Current Into Grey", immagine idilliaca di una decadenza terrena che si insinua fin sotto lo strato di pelle, quasi come il silenzio delle onde sul finale della title track che proprio per ultime s'infrangono sul nostro udito.





1.Saviour
2.Dead Winter Ways
3.In The Gutter Of This Spring
4.The Days Before The Fall
5.We Are Alone
6.With The Current Into Grey
7.The Turn Of The Tides

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