Exodus
Blood in Blood Out

2014, Nuclear Blast
Thrash

Recensione di Marco Ferrari - Pubblicata in data: 07/11/14

Quella tra Steve Souza e gli Exodus ha tutte le caratteristiche per essere considerata una storia d’amore degna di film. Il rapporto tra la band californiana e il singer è da sempre stato altalenante, ma talmente forte da regalare, nel passato, dischi capaci di entrare di diritto nella storia del thrash metal.
 
Dopo aver attivamente contribuito al ritorno in scena degli Exodus nel 2004 con quel capolavoro di “Tempo of the Damned”, il buon Steve fu anche lui colpito dalla mezzo ammutinamento nei confronti di Gary Holt (anche il batterista Tom Hunting se ne andò). Le storie così intense non sono però destinate a finire ed è così che dopo l’abbandono di Rob Dukes la tentazione di riformare lo zoccolo duro della band è stata irresistibile.

Come detto avevamo lasciato l’accoppiata Holt – Souza nel 2004 forti di un testamento sonoro ormai divenuto un classico della band e confermato dalle grandi prestazioni in studio degli anni successivi. Se con  “Shovel Headed Kill Machine” gli Exodus avevano continuato sulla falsa riga di “Tempo” nelle ultime produzioni avevano arricchito il proprio sound alla ricerca di un qualcosa di diverso.
 
Il ritorno di Souza con “Blood In Blood Out” doveva rappresentare, almeno nelle intenzioni, un ritorno alle radici della band e riportare un suono tanto crudo e violento, quanto semplice e diretto.
In un genere in cui ormai tutto è stato scritto cercare la semplicità rischia di essere un arma a doppio taglio perché, se non supportata da un songwriting clamoroso, rischia di perdersi nel già sentito. Certo la lunga pausa compositiva presa da Holt (impegnato nel frattempo con gli Slayer) lasciava ben sperare in un lavoro fortemente ispirato, ma purtroppo non è stato così.
Non che il disco non contenga tutte le caratteristiche che hanno fatto grande la band, ma il tutto suona poco originale. Tolta la stupenda title track (vero e proprio capolavoro di aggressività, tecnica e coinvolgimento) il resto dell’album purtroppo non colpisce scorrendo nel lettore in maniera fin troppo veloce. L’ascolto è sicuramente piacevole, ma sembra sempre che manchi quel qualcosa che possa realmente attirare l’attenzione dell’ascoltatore. Brani come “Black 13”, “Collateral Damage”e “Honor Killings” sono sicuramente brani ben superiori a quanto potrà mai produrre la “concorrenza”, ma purtroppo, nonostante una prestazione di Souza come sempre coinvolgente e “malata” il giusto, non riescono a farmi passare l’idea che questo album sia una sorta di versione moderna e meno ispirata di quanto fatto dalla band sul finire degli anni ‘80.
Ovviamente non si può parlare di passo falso: è troppa la classe nel songwriting e la tecnica esecutiva alla base degli Exodus perché possano fare un disco brutto, ma personalmente ho visto venir meno quella ispirazione che aveva contraddistinto le ultime uscite del combo americano.








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