Haken
Vector

2018, InsideOut
Progressive Metal

La band britannica è pronta a farvi intraprendere un viaggio nell'intricata e perversa mente umana, nonché nel suo sound rinnovato.
Recensione di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 25/10/18

Non è una cosa che amiamo molto fare in musica, ma se dovessimo trovarci a dover eleggere una band a simbolo del progressive metal nell'ultimo decennio, non avremmo assolutamente alcun dubbio nello scegliere gli Haken. Non in qualità di esempio compendiario di ciò che tale genere ha offerto in questi anni, ma, al contrario, per l'abilità di spiccare, di rappresentare una voce fuori dal coro e allo stesso tempo fare scuola.


Nessun altro, in questo campo, è riuscito a costruire uno stile così distintivo, a raccogliere quanto gentilmente lasciato in eredità dai veterani del panorama (un sentito grazie a Dream Theater e Opeth) e trasformarlo in qualcosa di altrettanto caratteristico. Uno stile che miscela i tratti più ruvidi e dark del metal moderno con l'universo melodico di stampo più ottantiano, che evidenzia geni di natura jazz e include una importante dose di ironia, di teatralità ai limiti della caricatura.


Ma gli Haken, come tutti gli artisti di rilievo, sono stati anche perfettamente in grado di evolversi, di crescere cambiando, sempre in qualche modo sfuggendo alle aspettative. Un percorso che li ha portati ora a "Vector", nuovo attesissimo prodotto del loro impegno in studio, ulteriormente enfatizzato dall'ambizione di Ross Jennings e compagni di consegnare al proprio pubblico una concept rock-opera, nonché dall'anticipazione fornita dai singoli già svelati negli scorsi giorni.


Effettivamente, il concept a tinte horror spiccatamente cinematografiche è immediatamente in risalto, nonappena "Clear", intro dal titolo sviante, ci trasporta lentamente all'interno di un'ambientazione sinistra ed ostile, spezzata di colpo dalle roboanti note iniziali di "The Good Doctor". Questo pezzo, atipico nella sua brevità e nel suo impatto, è in realtà qualcosa di ancora molto riconducibile allo stile della band. Chitarre ruvide, ritornello catchy e l'inconfondibile marchio burlesque tra un verso e l'altro, è qualcosa da associare all'atmosfera di "Aquarius", con una continuità col sound più maturo di "Affinity". Tuttavia, colpisce l'orecchio lo slap del basso di Conner Green ed una certa inclinazione math a la Tesseract, che instilla il sospetto che siano stati gli Haken stavolta a prendere in prestito qualcosina dalla scena.


Il sospetto trova conferma gradualmente brano dopo brano e, onestamente, non è per nulla qualcosa di negativo. "Puzzle Box" si presenta in realtà come un magnifico rompicapo alla Haken, qualcosa che riporta indietro al leggendario "Cockroach King" di "The Mountain". Le tastiere salgono qui in cattedra e assumono connotati elettronici che svecchiano il sound, creando quel limbo onirico tra la prepotenza dell'introduzione ed un finale che gli angolofoni definirebbero semplicemente "mind-blowing".


Anche "Veil" contribuisce poi a rafforzare il collegamento con "The Mountain", grazie ai cori iniziali e in generale all'interpretazione vocale di Jennings: un altro pezzo perfettamente azzeccato e memorabile, che svela nel verso anche qualche accenno di riferimento ai Karnivool e un lungo intermezzo puramente prog metal. Così come puramente prog metal è "Nil By Mouth", brano strumentale e assolutamente particolare dell'album, non solo perché si priva della vocalità del frontman, ma anche perché conferma una accentuata propensione ad un ritmo sincopato molto devoto ai Leprous, paragone che si riscontra fortemente anche nel ritornello di "A Cell Divides", mentre "Host" (che addirittura richiama sentori di Pineapple Thief) rappresenta una nota dolce nella follia concettuale di "Vector".


Insomma, esattamente come nel test di Rorschach in copertina, c'è una quantità esagerata di sfumature pronte ad essere colte all'interno di questo album, tale per cui mille ascolti potrebbero ancora non essere sufficienti a percepirle tutte. L'insolita brevità del lavoro e la (invece) solita conturbanza delle melodie possono appagare i primi approcci a "Vector", ma si tratta sicuramente di qualcosa per cui vale la pena aspettare del tempo per far sì che maturi al meglio. E, una volta avvenuto ciò, non si può non celebrare l'ennesimo successo degli Haken, in un disco che non solo racchiude ogni singolo step della carriera della band britannica, ma che sa arricchirsi attraverso una scena che, per anni, ha contribuito ad alimentare.





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