Architects
Holy Hell

2018, Epitaph
Metalcore

Recensione di Matteo Pasini - Pubblicata in data: 09/11/18

La tragedia, il tour commemorativo di "All Our Gods Have Abandoned Us", i dubbi se continuare o meno; poi a settembre 2017 ecco la sorpresa di "Doomsday", che aveva lasciato qualche spiraglio per un nuovo lavoro degli Architects, e ora l'ormai attesissimo album "Holy Hell". I singoli che ne avevano anticipato l'uscita in questi ultimi periodi, ovvero "Hereafter", "Royal Baggers" e "Modern Misery" avevano fatto presagire in un full-length dalla qualità indiscussa, ma una volta ascoltato interamente la realtà supera qualunque delle più rosee aspettative.

 

Un impatto devastante: potenza, sinfonia, melodia ed energia si miscelano in un cocktail da gustare in un solo sorso. Si viene rapiti dal susseguirsi incessante e incalzante delle tracce, dove i riff taglienti si alternano con la morbidezza delle basi che riecheggiano in sottofondo, dando un tocco di sacralità al tutto. "Death Is Not Defeat" è la prima di undici tracce che si concatenano in un film audio che rasenta la perfezione: gli archi (elemento persistente in "Holy Hell") la introducono prima dell'ingresso a gamba tesa degli strumenti elettrici, questi creeranno un connubio dal gusto eccelso, dove l'armonia lascia a dir poco allibiti. In questo quadro si inserisce prepotente la voce graffiante di Sam Carter che è l'assoluta ciliegina sulla torta. Si prosegue con la già citata "Hereafter" e "Mortal After All", prima della sontuosa e scenica title track "Holy Hell" che trova il suo momento cruciale nella sfida fra il classicismo degli archi e l'incedere dirompente della doppia cassa, in un incontro-scontro assolutamente mozzafiato, con il vocalist autore dell'ennesima prova di spessore nell'interpretare il momento musicale. Non si fa in tempo ad assaporare e comprendere la traccia appena ascoltata, che si viene travolti immediatamente da quella successiva: "Damnation" è un puro concentrato di forza, dove le ambientazioni moderne si prendono ampiamente la scena e i riff granitici sostengono con decisione e cattiveria una voce decisamente arrabbiata. Si scorre veloce verso gli altri singoli "Royal Baggers" e "Modern Misery" prima di fiondarsi in "Drying To Hell" e nella rapida ma incisiva "The Seventh Circle", quest'ultima dai sentori decisamente retrò, con una batteria che prende spunto dai gloriosi anni '80, ma con le chitarre decisamente odierne; indubbiamente il pezzo più violento e asciutto della band in questo album. Il disco si chiude come un cerchio alla Giotto così come si era aperto, con questi archi a fare da apripista alla voce di Carter, questa volta in clean, e a una strumentazione più morbida, quasi con l'intento di accompagnare l'ascoltatore cullandolo verso la conclusione.

 

"Holy Hell" è un lavoro dalla produzione maniacale, curato in ogni minimo particolare e destinato a lasciare un solco indelebile nella musica contemporanea. Gli Architects si confermano come una delle band must del momento, e sicuramente anche del futuro, con una visione e una preparazione artistica con pochi eguali. La forza e la prepotenza con la quale si sono ripresentati dopo la tragica e prematura scomparsa del chitarrista e fondatore Tom Searle lascia basiti e ammiratori silenti di tanto vigore. Chapeau!





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