Behemoth
I Loved You At Your Darkest

2018, Nuclear Blast
Black Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 01/10/18

Dopo l'acclamato e straordinario "The Satanist" (2014), le alte aspettative nei confronti del nuovo LP dei Behemoth, l'undicesimo, risultavano proporzionali al timore della delusione cocente; una considerazione che già contrassegnò l'uscita di "The Apostasy" (2007), rivelatosi in seguito ragguardevole erede dell'ingombrante "Demigod" (2004). Sulla carta, l'idea alla base di "I Loved You At Your Darkest" lasciava ben sperare circa la realizzazione di un ennesimo masterpiece: approfondire la vena riflessiva presente nell'ultimo lavoro, innestare elementi rock oriented e oculati break acustici, scegliere di impadronirsi del linguaggio e dei simboli del Cristianesimo per rovesciarne dogmi e valori, costituivano, in teoria, gli ingredienti giusti per un'ulteriore prova maiuscola. La release, però, non suscita entusiasmo, non eccita né sorprende: naturalmente la competenza tecnica messa in campo dai musicisti, l'ottima prestazione dell'ugola di Darski, la cura per le fonti iconografiche e la produzione impeccabile non si discutono e allontanano il pericolo della mediocrità e dell'insignificanza. Sovente però il messaggio dei testi si mostra confuso, alcune piste ppaiono dirette reinterpretazioni di "Blow Your Trumpets Gabriel" e "Ora Pro Nobis Lucifer", altri tradiscono un riffing prevedibile che qualsiasi band black metal concepirebbe senza troppi sforzi; le complesse partiture death, poi, appena accennate, rappresentano soltanto il pallido ricordo di recenti imprese. E se calcare il piede sulla trasgressione e sulla blasfemia ribadisce un amabile habitué, ebbene, imbattersi in titoli di brani che richiamano ammennicoli da satanismo adolescenziale stingono l'aura di malvagità e cinismo costruita dalle aquile bianche durante i lustri.

 
Il full length può dividersi in due segmenti: a una parte iniziale sicuramente incalzante, benché non trascendentale, nella quale il combo dispiega rivoli di classe degni del fulgido passato, succede una sezione abbastanza piatta e insoddisfacente che, ad eccezione di qualche acuto, sopravvive all'oblio grazie all'abile drumming di Inferno, batterista a suo agio in ogni situazione, che si tratti di zelanti randellate o articolati cambi di ritmo. 

 
Il lotto viene aperto dall'esergo semistrumentale "Solve", ove  l'inserimento di un coro di fanciulli si prefigge lo scopo di creare inquietudine e turbamento nell'animo dell'ascoltatore, stato accentuato dall'utilizzo dell'innocenza in chiave sacrilega; la trasformazione alchemica dello "sciogli e riunisci", operazione necessaria per acquisire un'autentica coscienza del Sé in una prospettiva superomistica a antiteista (convivono in tale ricerca immaginario biblico, tradizione indiana e occultismo crowleyriano), troverà il completamento concettuale e terminologico nell'outro "Coagvla". Composizione adatta, dunque, a introdurre "Wolves Ov Siberia" e "God = Dog": mentre la prima, aggressiva e serrata, profuma del familiare stile dell'act di Gdańsk, la seconda, pur conservando una discreta dose di virulenza, preferisce suggerire un senso di sospensione rituale, tra echi di canti gregoriani e la ripresa, in pompa magna, dell'empia polifonia già abbozzata nell'opener. Una formula simile si riscontra in "Ecclesia Diabolica Catholica": gli insistenti arrangiamenti orchestrali diventano ora sfacciati, la lead guitar del frontman prende il sopravvento, affiorano vibrazioni goth e arpeggi folkeggianti. Un amalgama che spicca sul resto per dinamismo e varietà e che, assieme al claustrofobico cocktail di doom, spirito punk e culto nero approntato dall'intensa "If The Crucifixtion Was Not Enough", forma un dittico di assoluto valore. "Bartzabel", invece, con tanto di chorus cerimoniali, ieratiche clean vocals e melodie di sapore dark, rende l'evocazione del canuto demone un evento da celebrare con dovuta inverecondia.

 
"Angelus XIII" inaugura le note dolenti del platter: mood bombastico e tremolo palpitante non bastano a risollevare dal'incoerenza una canzone che dalla metà in avanti si perde in un delirio proggy che smussa e sfalda l'abrasività di partenza. Difficoltà che tormentano altresì lo slow tempo à la Gojira di "Sabbath Mother" e la cadenza magniloquente e cinematografica di "Havohej Pantocrator": si avverte una titubanza di fondo, una mancanza di nerbo, un saliscendi di semplificazione e arricchimento della struttura delle tracce che, in definitiva, allontana il sound da quel binomio vincente di groove ed estremismo capace di far arricciare il naso a molti puristi, tuttavia da sempre asso della manica del combo polacco. E valutare in maniera positiva e con un sospiro di sollievo l'urgenza e l'energia di una "ROM 5:8", fin troppo simile ai pezzi di quattro anni orsono, significa accontentarsi davvero del minimo sindacale; fortunatamente il colpo di coda finale "We Are Next 1000 Years", in cui la compressione tossica delle sei corde e la pesantezza del motore ritmico spalancano squarci di mefistofelico furor divinus, arresta una pericolosa emorragia di grazia creativa.

 
Prodotto di transizione verso orizzonti ancora nebulosi, "I Loved You At Your Darkest" risente dell'incertezza autoriale di Nergal, eccessivamente teso a erigere una perfetta sinfonia liturgico/filosofica sul modello, elaborato in versione light e personale, di Deathspell Omega e dei figliocci Schammasch. Ma l'alternarsi di consolidamento e ritocchi, di spinte evolutive e passi indietro, non permette il raggiungimento di uno stabile punto di equilibrio, con l'effetto che il disco precipita in momenti opachi e slabbrati più spesso di quanto sia lecito attendersi dallo standard qualitativo conquistato pian piano dai nostri nel corso della carriera. Il fascino dei Behemoth, nonostante scalfitture e attimi di confusione, resta comunque integro: d'altronde, perché rifiutare le ambigue malie di un serpente arrotolato attorno al collo?





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