In Flames
I, The Mask

2019, Nuclear Blast
Alternative Metal

Gli In Flames continuano a percorrere la loro nuova strada verso un sound moderno e melodico, con qualche piccolo accenno ai tempi che furono e destinati, ancora una volta, a dividere il pubblico tra l'aspetto qualitativo dell'innovazione e la nostalgia del glorioso passato.
Recensione di Fabio Polesinanti - Pubblicata in data: 05/03/19

Da qualche anno a questa parte, recensire un nuovo album degli In Flames è un compito tanto stimolante quanto arduo e pericoloso. Ben poche band, al giorno d'oggi, possono coniugare nel loro essere un'anima talmente bipolare da spaccare in due non solo a ogni pubblicazione, ma persino a ogni notizia ad esse relativa. Ci troviamo di fronte a un gruppo che, se da un lato è forte di un successo che non sembra diminuire minimamente, dall'altro è spesso bersaglio preferito degli haters da tastiera, pronti a criticarli a ogni mossa, musicale e non. Per giudicare un nuovo lavoro della band svedese è bene perciò prendere un bel respiro, contare magari sino a 100 prima di lasciarsi prendere la mano a giudizi affrettati, e concedendosi il giusto tempo per l'ascolto, che di sicuro una band di tale caratura merita. Necessario è anche e soprattutto contestualizzare il nuovo "I, The Mask", oggi, nel 2019, partendo da alcuni punti fermi, forse banali, ma che comunque  aiutano a capire il contesto nel quale Fridén e compagni si sono mossi nel corso della loro carriera. 

 

Come molti sanno, gli In Flames sono stati tra i pionieri e maggiori esponenti di quel melodic death metal svedese, anche noto come Göteborg Sound, che tanti hanno apprezzato tra il 1990 e il 2000 con album di altissimo livello, ("Whoracle" e "Colony" tanto per citare due pietre miliari del genere) conquistando consensi ovunque. E' altresì indubbio che il drastico cambio di stile a partire da "Reroute to Remain" ha fatto storcere il naso a molti, visto che lo stile ha avuto un processo di modifica notevole, evolvendosi e modernizzandosi. E' vero, inoltre, come gli album da "Come Clarity" in poi, inizialmente accolti con scetticismo, siano stati poi rivalutati anche in base all'ulteriore sterzata musicale degli svedesi, soprattutto con gli ultimi due lavori "Siren Charms" e "Battles", che forse, oltre a distare anni luce dai capolavori iniziali, sono stati opus poco ispirati e con una direzione musicale non precisa. Senza andare troppo nel passato, quanti adolescenti si saranno sparati nel lettore CD portatile dentro lo zaino Invicta "Pinball Map" a tutto volume dopo un'interrogazione andata male al liceo, o chi non si emoziona ancora oggi guardando qualche live non eccessivamente datato, quando ad esempio gli svedesi facevano saltare tutto il Wacken con "Only For The Weak"? Dettagli, pensieri, cenni storici per comprendere che quella di "I, The Mask", seppur difficile da pensare, è la stessa band di allora: bisogna soltanto capire se con questo nuovo album gli In Flames abbiano centrato l'obiettivo. 

 

Si comincia in maniera molto positiva: "Voices" è di sicuro un'ottima opener, aggressiva e melodica al punto giusto. La successiva title track parte come una cavalcata martellante e violenta, salvo addolcirsi nel ritornello, nonostante il ritmo non cenni a diminuire. "Call My Name" rimane sicuramente in testa dopo qualche ascolto, ma è forse penalizzata dalla tonalità eccessivamente alta della voce di Fridén. Si raggiungono alti livelli qualitativi con la successiva "I Am Above", sicuramente uno dei pezzi più interessanti dell'intera relase e che forse centra nella maniera migliore il nuovo percorso degli In Flames con un alternarsi di potenza e melodia sia nelle strofe che nel refrain, presentando non poche sfaccettature stuzzicanti, e che non a caso è stato uno dei singoli di lancio più apprezzati.

 

"Follow Me" ricorda molto da vicino "Come Clarity", semi ballad dall'omonimo album del 2006, e in questo caso è ottima la prova di Fridén che con le ormai più gettonate clean vocal riesce a dare struttura a un pezzo che non fa gridare al miracolo, ma che si fa piacevolmente ascoltare. "(This Is Our) House", altro singolo lanciato per la promozione, ricorda troppo da vicino quelli che erano i difetti di "Battles", la ricerca della melodia e dei chorus come unico focus della canzone, che risulta banale, un po' piatta, ed enfatizza ciò che un fan medio della band può pensare, ovvero la distanza abissale, quasi cosmica con i lavori degli anni novanta ma anche di quelli targati 2000 come "A Sense of Purpose" e "Come Clarity".

 

Decisamente più interessante nella sua semplicità è "We Will Remember": riff di chitarra introducono Fridén ancora sulle coordinate vocali pulite e un ritornello che comunque, nella sua linearità, rimane impresso. Ritmi rallentati per "In This Life" che spinge a mille sulla melodia, addolcendo notevolmente quanto sentito fin'ora. Se "Burn", a parte un discreto ritornello, non spicca per originalità, un brano che segna un distacco totale dal passato è la successiva "Deep Inside", perfetto manifesto della strada intrapresa dagli svedesi, desiderosi di sperimentare sia con l'aggressività, come nella prima parte del disco, che con tonnellate di melodia, come accade in questo caso. Possono essere fatte considerazioni simili per la successiva "All The Pain", che,  nonostante sia mixata in pieno stile In Flames, risulta spiazzante e interessante. La chiusura del disco è lasciata alla super ballata "Stay With Me", che - ammettiamolo - risulta davvero emozionante nella sua semplicità, guidata da Fridén e chitarra acustica per l'ennesima scelta controcorrente della band.

 

Alla resa dei conti, si tratta di un album meno immediato di quello che sembri, seppur l'impatto e la ricerca del ritornello accattivante rimangano dei punti cardine, insieme a un'impronta più moderna. A seguito di un ascolto approfondito, si possono cogliere l'ottima produzione, alcune scelte ricercate, una sezione ritmica di tutto rispetto e un Fridén padrone incontrastato del microfono e delle atmosfere, dimostrandosi cantante poliedrico perfettamente a proprio agio nel vasto range tra growl e clean. Con questo disco, la band ha intrapreso una strada molto differente rispetto a quella del passato, rendendo decisamente americano il proprio sound, infarcendolo di melodie e di scelte quasi azzardate, ma che in alcune situazioni, qui molto più che in altri lavori più recenti, risultano essere particolarmente efficaci.

 

Così come non si dimentica come si fa ad andare in bicicletta, gli In Flames dimostrano che quando c'è da pestare, lo sanno fare ancora bene, nonostante questo non sembri rientrare più tra le loro priorità ormai da un po'. Chi ha la mente aperta, chi ha meno pregiudizi e aveva già apprezzato i primi cenni di cambiamento tempo fa, forse potrà apprezzare questo album più di altri. Per il resto, molto probabilmente il fandom degli In Flames continuerà a essere spaccato in due.





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