Opeth
In Cauda Venenum

2019, Nuclear Blast Records
Progressive Rock

A otto anni dalla svolta di "Heritage", gli Opeth si inoltrano vieppiù sicuri sul sentiero da allora intrapreso: quello del prog rock di gran classe, senza ripensamenti o remissioni. Centrando ancora il colpo.
Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 27/09/19

Verso fine estate 2018, Mikael Åkerfeldt non aveva alcuna intenzione di richiudersi in studio ad incidere nuova musica; se non che, l'ispirazione occorsagli mentre tirava giù una melodia - per la prima volta - nella sua lingua natale, lo portò a considerare la possibilità di un intero album cantato in svedese; bastò che l'idea lo attraversasse e in breve venne fuori nuova musica, molta e davvero davvero buona. In breve, a novembre 2018 il successore di "Sorceress" era bello che inciso. L'etichetta era lieta della buona vena della band, ma - temendo che i testi swedish risultassero troppo ostici al grande pubblico - consigliava di far uscire l'album nel ben più commerciabile inglese. Alla fine si pervenne a un accomodamento: l'album sarebbe stato pubblicato in due versioni, una in inglese e una in svedese, e non subito, ma circa un anno dopo, per dare agio ad Åkerfeldt di portare a termine le nuove incisioni di voce e per dare un po' di fiato alle vite private degli Opeth tutti. Nel corso dell'anno sono già stati centellinati due singoli, in febbraio ("Dignity") e in luglio ("Heart In Hand"). A otto anni dalla svolta prog rock di "Heritage", "In Cauda Venenum" è la consacrazione del (tanto per rimanere in sintonia col titolo latino) modus maior, della maniera grande degli ultimi Opeth.


Urge subito una precisazione; scrivendo "maniera" non intendiamo in nessun modo sminuire il valore della musica, quanto piuttosto porre l'accento sul conseguimento in piena padronanza ed a tutto regime di uno stile definito e caratterizzante, quello cioè che la band ha appena adombrato in "Watershed", elaborato in "Heritage", sviluppato in "Pale Communion" e portato a perfezione col presente lavoro. Le sue caratteristiche sono note: rifiuto del cantato growl e degli stilemi del death metal originario; ampie fughe strumentali, in assenza o latenza della tradizionale forma-canzone (già stravolta nei lavori death); largo uso di chitarre acustiche e di keyboards, soprattutto piano rhodes, organo hammond e mellotron, dai suoni cari ai Seventies; atmosfere di un gotico raffinato, intriso di esoterismo e vagamente malinconiche. Al confronto col presente "In Cauda Venenum", "Sorceress" appare come un lavoro più incerto e interlocutorio, nel complesso meno riuscito.


Qui invece la band consegue come non mai un' efficacia tale che, unita alla perizia esecutiva e all'ottima produzione, rende il lavoro uno dei migliori della loro seconda maniera, a livello di quello che furono "Blackwater Park" e "Deliverance" nella prima. Le premesse c'erano già nei due brani rilasciati in precedenza: "Dignity" e "Heart In Hand" ricapitolano e lucidano a smeriglio ciò che la band può offrire oggi, mostrando già (come in tutto l'album) un Åkerfeldt in stato di grazia, in grado di controllare alla perfezione gli effetti del cantato, con dinamiche soffuse o drammatiche, mai così ben modulate. Peculiare rispetto ai precedenti lavori è l'uso di rimarcare a basso volume il cantato con una traccia o più di strumenti solisti, keyboard o chitarra, un po' al modo dei vecchi e mai dimenticati Atomic Rooster; o anche, come in "The Garroter", vocalizzando le note del solo di chitarra. La perizia esecutiva e la confidenza raggiunta permette alla band di complicare ulteriormente le già complesse partiture ritmiche e armoniche dispiegate nei precedenti lavori, croce e delizia dei seguaci; così nell'intricata "Charlatan" ma anche nelle ritmiche spezzate del cantato di "The Garroter" può capitare di perdersi e dover moltiplicare gli ascolti per afferrarne chiaramente la struttura. Altro effetto psichedelico è dato dall'uso sempre più complesso e meno intuitivo che la band fa delle dinamiche forte-elettrico/piano-acustico. Vi sono brani per lo più elettrici con inserti acustici ("Dignity", "Next Of Kin"), brani acustici con improvvise impenate elettriche ("Continuum", la struggente e più che mai pinkfloydiana "Lovelorn Crime") e viceversa ("Heart In Hand", "Charlatan"), o brani in cui semplicemente le dinamiche si alternano senza seguire un disegno codificato o prevedibile ("Universa Truth", "The Garroter"): l'effetto complessivo è magico ed ipnotizzante. Se in "Heritage" e "Pale Communion" l'amalgama delle varie parti risultava riuscito solo in parte, con momenti di dispersione; se "Sorceress" mostrava un songwriting a tratti poco brillante se non francamente debole, "In Cauda Venenum" è il primo lavoro della fase prog in cui tutto davvero sembra amalgamarsi alla perfezione. Non solo le singole parti sono brillanti e si imprimono con forza nella mente di chi ascolta, ma l'insieme risulta dopo numerosi ascolti del tutto equilibrato, giustificato, di una bellezza e di una compattezza sonora davvero unica.


"All Things Will Pass" è la nota conclusiva, epica al punto giusto, a siglare un lavoro in cui si fatica a trovare una se pur minima smagliatura. Se questi sono i risultati, auguriamo alla band (anche se non nascondiamo che un poco ci manca il raffinato prog death di "Blackwater Park" e di "Deliverance"...) di proseguire felicemente lungo la linea intrapresa.





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