Indica
Shine

2014, Nuclear Blast
Pop Rock

Recensione di Mia Frabetti - Pubblicata in data: 20/01/14

Emergenza.
Ripeto, emergenza.
Qualcuno chiami i soccorsi, passo.
Qualcuno rintracci Tuomas Holopainen, e gli dica che c'è stato un incidente. Che le sue pupille, coccolate e tenute a battesimo con tanto orgoglio quattro anni fa, sono attualmente disperse. Che la battuta di caccia delle Indica, tormentate da una disperata fame d'ispirazione, si è conclusa con uno scivolone nel baratro del peggior guitar pop. Che la domanda che rode come un tarlo, ora, è se le deliziose fatine rock di "A Way Away" siano mai esistite davvero, o se dovessero a quell'ideale sesto membro molto più di quanto all'epoca avessimo intuito. Le avevamo prese per lanterne, sì: e invece le Indica non erano altro che lucciole confuse, il cui bagliore - "Shine" - di questi tempi è più flebile e intermittente che mai.

 

Il fiacco incedere dell'opening track "Mountain Made Of Stone" farebbe quantomeno sorridere d'involontaria ironia se la leziosa "Uncovered", con le sue melodie di zucchero e vaniglia, non cantilenasse deprimenti cliché prossimi al vuoto cosmico di "sole cuore amore", lasciando ben pochi dubbi circa lo stato di salute creativa della band; a pochi minuti dalla nostra infelice rimpatriata con le Indica il disagio sta già inondando quella che abbiamo compreso essere l'anticamera della fine, e la puzza di bruciato si fa sempre più penetrante. Gli occhi guizzano da un capo all'altro della stanza in cerca di salvezza, ma ogni via di fuga è sbarrata; il piatto forte - le grottesche pantomime di "Definite Maybe" e "Goodbye to Berlin" - incombe, e lo shock nel contemplare quelli che sembrano furti ai bidoni della spazzatura di Avril Lavigne è potente come un pugno nello stomaco. Qui si raschia il fondo del barile della musica da classifica, e lo si fa senza vergogna; qui le gemme di pop melanconico dei bei tempi andati acquistano contorni di irrealtà, e l'inconsistenza regna sovrana.

 

Volevano fare di "Shine" un grazioso scacciapensieri, le Indica, farci ridere e ballare; ma anche quando il sangue riprende a scorrere nella loro vena dreamy e il quintetto finlandese torna ad assomigliare a se stesso - "Run Run", "Hush Now Baby" - i dubbi rimangono: il vaso di Pandora è stato spalancato, la nostra fiducia irreparabilmente compromessa. Potremmo interrogarci a lungo sull'abbandono della più melodiosa lingua madre per questo inglese palesemente innaturale, o sui durissimi sforzi per scrivere mediocri party anthems, ma la verità è che la risposta è sotto gli occhi di tutti, e noi, in fondo, preferiamo fingere di non vederla. Perché ci rattrista troppo. Perché ricordiamo le Indica di una volta, e ne sentiamo la mancanza.





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