Johnny Marr
The Messenger

2013, Warner
Pop Rock

La chitarra degli Smiths all'esordio solista
Recensione di Alberto Battaglia - Pubblicata in data: 16/03/13

Ah il suono di quella chitarra Rickenbacker! Johnny Marr, quando arpeggiava superbamente sulle canzoni dei suoi Smiths regalò fra le più intense composizioni di melodismo intimista e tormentato. Erano tanti anni fa, comunque: ora il prode chitarrista che imparò l'arte dello strumento dall'illustre Billy Duffy (The Cult) esordisce con il suo primo lavoro solista dopo aver prestato il proprio talento a molte altre grandi band (su tutte: The The).

 

Il disco dell'ex Smiths è gradevole soprattutto per il lavoro di raffinato ricamo sonoro, piuttosto che sulla effettiva portata delle composizioni, che onestamente non è granché memorabile. Le pretese di "The Messenger" non arrivano oltre la volontà d'intrattenimento: non c'è autentica verve, ma puro piacere di suonare, non c'è ricerca, ma pura orecchiabilità. Ci sono poi la classe, il mestiere e il savoir faire di chi sa come ottenere determinati effetti dal suo strumento, quelli sì. La più accattivante e easy listening è certamente "Upstarts", che è un po' reminiscente dell'indie pop 80s dei secondi Jesus & Mary Chain, i quali vegono lucidati a dovere con le sferzate scintillanti della chitarra di Marr. Poca roba è a disposizione per i nostalgici della band di Morrissey, invece, giusto qualche retrogusto in "European Me" (una delle migliori dell'album) e in "New Town Velocity". Grande stile per pezzi come "Lockdown" o la title-track, nelle quali il suono d'insieme è così splendido da reggere da solo l'intero brano.

Il fatto che Johnny Marr provenga da una generazione piuttosto distante da quella dei giovani di oggi non sembra pesare affatto sul tipo di sound che propone oggi, che è certamente quello a lui congeniale: questo perché non si può misurare da quant'è fondamentale l'apporto che gli anni Ottanta "alternativi" e new wave hanno dato alle band indie rock odierne a partire dagli Strokes arrivando a finire ai Kasabian o ai Vaccines. Il problema dell'album è semmai il fatto che sia privo dell'immediatezza e della freschezza necessarie a colpire nel segno e finisce per reggersi solo sul suono esalato dal mestiere; a questo si aggiunge una leggera prolissità delle canzoni, che mediamente potrebbero durare ciascuna un minuto meno, dato che spesso non riservano sorprese di rilievo durante il proprio sviluppo.


Si può e si deve dare atto a Johnny Marr di aver registrato un disco dalla sonorità solida, ben cesellata; allo stesso tempo la grande perizia con cui queste canzoni sono costruite finisce per ripercorrere senza grandi levate d'ingegno il retroterra indie pop britannico. Di "The passenger" rimane un piacevole esercizio di stile e poco più.





01. The Right Thing Right
02. I Want The Heartbeat
03. European Me
04. Upstarts
05. Lockdown
06. The Messenger
07. Generate! Generate!
08. Say Demesne
09. Sun & Moon
10. The Crack Up
11. New Town Velocity
12. Word Starts Attack

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