Taake
Kong Vinter

2017, Dark Essence Records
Black Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 22/12/17

Per più di 20 anni, Ørjan Stedjeberg si è proposto come degno erede del metallo nero norvegese delle origini: il musicista di Bergen, unica mente dietro il moniker Taake, one man band autrice in passato di una brillante trilogia composta da ''Nattestid Ser Porten Vid'' (1999), ''Over Bjoergvin Graater Himmerik'' (2002) e ''Hordalands Doedskvad'' (2005), torna a celebrare la poesia artica di una natura impassibile e inospitale, dopo l'usuale assenza triennale dalle scene. ''Kong Vinter", settima fatica in studio dello scandinavo, conferma la capacità del nostro di non sclerotizzarsi in un sound autoreferenziale, solcando altresì territori dall'aroma progressive e lasciando ampio spazio a lunghi inserti strumentali: pur nell'alveo della tradizione del black metal anni '90, il buon Hoest seguita il percorso intrapreso con "Stridens Huns" (2014), e forgia, nel mezzo di estenuanti rallentamenti e vortici abissali, un disco non esente sì da una tendenza alla prolissità in certi frangenti, tuttavia ammirevole per coraggio e spirito di innovazione.
 
 
A differenza dei precedenti lavori, incentrati soprattutto su liriche illustranti efferati omicidi, malvagità assortite e temi antireligiosi, il nuovo album presenta testi in apparenza deboli rispetto al consueto oceano di rabbia e punizione. Il concept in realtà intende dipingere le sensazioni della fredda tirannia di una stagione perpetua trascorsa in solitudine e in comunione con montagne fasciate dal ghiaccio e sferzate da venti polari: condizioni insostenibili e ambienti ostili per un fiero pellegrino affondante nelle nevi di un'inquietudine personificata dall'epica fierezza dell'urlante temperie.
 
 
Se l'impiego della lingua nativa enfatizza una percezione di emarginazione e straniamento, il particolare connubio miscelante palpiti black'n'roll a evoluzioni atmosferiche dal cuore glaciale freme di un groove di apprezzabile efficacia ritmica. Dai primi sussulti di ''Sverdets Vei'' si riconosce immediatamente il classico stile del musicista: corde che vibrano, tipico fraseggio ossessivo, terrificante tono di voce ad accompagnare il delirio di una cacofonia organizzata. La pagana "Inntrenger" trascina l'ascoltatore nelle spire di un universo sonoro dominato da maligne cadenze mid-tempo, mentre la magia evocativa di "Huset I Havet" attira viandanti dal passo incerto in avvolgenti foreste notturne. La speculare e maggiormente diretta ''Havet I Huset'' si avvale di linee di basso smisuratamente distorte nel perimetro di una melodia che innerva sottotraccia e poi in evidenza l'intero pezzo; "Jernhaand'' invece offre un'energica varietà nel proporre un riffing work ciclico e dissonante, al contrario  di "Maanebrent'', cavalcata in standby per un ugola in ipotermia. Il vagare silenzioso e senza meta di "Fa Bjoergegrend Word Glemselen" sigilla un platter nel quale la caligine dell'animo e l'isolamento del corpo tra le braccia regali della gelida bruma concorrono alla creazione di un cosmo individuale refrattario a qualsivoglia ingerenza esterna.
 
 
Benché eccessivamente diluito nella durata e in alcune sezioni piuttosto dispersivo nell'articolazione del songwriting, "Kong Vinter" resta un'opera ipnotica e dalle indubbie qualità visive, in cui i Taake inseriscono suggestioni e teatralità al fine di realizzare un desiderio di invernale iniziazione: motoseghe nella nebbia, vessilliferi dell'inclemenza.




01. Sverdets Vei
02. Inntrenger
03. Huset I Havet
o4. Havet I Huset
05. Jernhaand
06. Maanebrent
07. Fra Bjoergegrend Mot Glemselen

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