Leprous
Coal

2013, InsideOut
Prog Metal

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 25/05/13

Nel reame intimamente conservatore del metal sono state ben poche, negli ultimi tempi, le band capaci di fare un'entrata in scena dirompente quanto quella dei Leprous. Con le radici ben piantate nella tradizione estrema scandinava (la terra d'origine è pur sempre il Telemark di Norvegia, patria dei cattivissimi Emperor), la giovane band capitanata dal talentuoso vocalist e tastierista Einar Soldberg ha mostrato infatti, fin dagli esordi, un'ecletticità fuori dal comune, che ha reso possibili impensabili commistioni tra sfuriate melo-death e aggraziate clean vocals, raschianti chitarre da black moderno e fini ornamenti di prog nostalgico.

Seguito del capolavoro a metà "Tall Poppy Syndrome" e del capolavoro assoluto "Bilateral", "Coal" sembra però schivare il confronto in campo aperto con i suoi illustri predecessori, incamminandosi su strade leggermente diverse. E' un sound non più avvezzo a sperimentazioni strumentali sfrenate e stravolgimenti strutturali imprevedibili: per lo più un fine avantgarde, che vede le sue migliori espressioni nei tempi dilatati e nella straziante dolcezza della drammatica ballata "The Cloak", o piuttosto nell'opener "Foe", incalzante e scomposta marcia di strumenti inquieti, che si spegne in una lunga coda affidata interamente a teatrali virtuosismi vocali (al microfono un Soldberg in stato di grazia, che ai soliti striduli isterismi pare preferire un educatissimo e sottile falsetto). A completare una prima metà di disco più che soddisfacente le chitarre durissime della crudele title track, e la particolare costruzione della più tipicamente prog "Chronic", che cresce in volume e intensità mentre va via via rallentando, tra tetre note di piano, duri tappeti di batteria e intriganti giochi chitarristici. Peccato, però, che a partire da "The Valley" i complessi equilibri delle prime tracce si spezzino: i brani diventano fin troppo simili tra loro, prolissi, privi di sostanza, costruiti come sono attorno a ritornelli reiterati fino allo stremo e a minuti interi di saliscendi vocali che vengono presto a noia. A ravvivare la chiusura dell'album riesce soltanto la batosta black metal "Contaminate Me", con le sue disperate vocals cantate in coppia con lo scream dannato di Ihshan, il suo ritmo oppressivo, i suoi violini taglienti.

Con un giretto su Wikipedia si scopre che la "sindrome del papavero alto", di cui i nostri parlavano nel 2009, altro non è che la tendenza delle masse a non comprendere, e di conseguenza a sminuire, chi si mostra più dotato, chi riesce grazie alle proprie potenzialità a svettare più in alto degli altri. Senza cadere in tale trappola, dei Leprous abbiamo riconosciuto fin da subito l'enorme classe e gli orizzonti sconfinati, la capacità di regalare al prog metal nuovi punti di riferimento. Perciò, pur essendo "Coal" un disco elegante e al tempo stesso godibilmente roccioso, piacevole nei suoi frangenti più immediati e qualitativamente superiore alla media del genere, non riusciamo a non far caso a una permanente, fastidiosa sensazione di riciclaggio d'idee, e siamo costretti ad ammettere, amaramente, che ci aspettavamo molto di più.




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