The White Buffalo
On The Widow's Walk

2020, Snakefarm Records
Folk/Alternative Country

Il nuovo capitolo discografico del cantautore americano è dominato da uno sguardo riflessivo e profondo che non dimentica le proprie radici. 

Recensione di Giovanni Mogetti - Pubblicata in data: 16/04/20

A distanza di tre anni dall'ultimo lavoro "Darkest Dark, Darkerst Lights", che allargava gli orizzonti musicali del disco d'esordio datato 2002The White Buffalo, A.K.A. Jake Smith, torna con il suo seguito ideale in studio intitolato "On The Widow's Walk".

Album numero sette nell'arco di 18 anni per il cantautore americano, con questo disco il ragazzo dell'Oregon decide di tornare a un folk un po' più immediato, non risultando mai, però, banale o ripetitivo, sia dal punto di vista delle musiche che da quello delle liriche, sempre profonde. Sono questi gli elementi che il Nostro riesce da sempre a sfruttare appieno, come in questo caso, per immedesimarsi in più personaggi e per descrivere situazioni che trattano di avventure, desolazione e solitudine con grande abilità, con uno sguardo rivolto sempre alle sue radici, fatte di pura tradizione americana, con influenze che spaziano dal blues al country.

 

L'opener "Problem Solution" inaugura il disco in modo molto diretto, senza perdersi in troppe premesse, presentando già dall'inizio tutto ciò che si andrà ad ascoltare nel corso dei minuti seguenti, dalla voce baritonale e sempre possente di Smith (non a caso spesso accostato Springsteen e, soprattutto, a Eddie Vedder) ai testi pieni di riflessioni e sincerità.

 

Con "The Drifter" l'atmosfera muta: il brano presenta all'ascoltatore una delle soluzioni stilistiche ricorrenti dell'album, che, in maniera efficace, riesce ad alternare momenti piuttosto energici ad altri molto più struggenti o intimisti dominati dalla dimensione acustica, da sempre elemento cardine nella discografia del bufalo bianco: questo secondo brano appartiene proprio alla seconda categoria. La presenza di una scaletta fatta di brani piuttosto riusciti risulta una naturale forza con cui Smith decide di giostrarsi questo lavoro, concentrandosi, inoltre, su alcuni temi che tornano in maniera frequente nel corso dell'ascolto: lo stile musicale e le liriche di "No History" sono molto più assimiliabili al brano che fa cominciare il disco, una riflessione su come vivere il momento accompagnata, musicalmente, dal tempo che decide di rifarsi più sostenuto, merito anche del resto della band composta da una notevole sezione ritmica, con il bassista Christopher Hoffee e il batterista Matt Lynott a dar manforte specialmente nei brani più tirati come questo.

 

"Sycamore" introduce un altro elemento naturale che ricorre in queste canzoni, ovvero l'acqua e gli oceani, e, con un incidere lento, scivola in un crescendo ricco di pathos, mentre "Come On Shorty" è il pezzo dall'umore più rilassato e solare, quello stilisticamente più "tradizionale" del disco, ovvero che ripesca dal passato in maniera più evidente, con chitarre slide e organi, che gli conferiscono un sapore folkeggiante. La delicata e a tratti malinconica "Cursive", invece, analizza l'avanzata irrefrenabile del progresso tecnologico, accompagnato troppe volte da una regressione nei rapporti umani, mentre "Faster Than Fire" è un altro dei momenti più veloci del disco, con un testo che si concentra nuovamente sulla natura e le gravi conseguenze che possono portare i drammatici disastri ambientali, come gli incendi ("Oh, you can't run faster than fire / Faster than water"): proprio questi ultimi rappresentano un dramma che negli ultimi anni l'America ha conosciuto troppe volte, col risultato di vedere spazzato via tutto quello che le persone hanno costruito nel corso della propria esistenza, comprese le abitazioni e tutte le proprie memorie personali ("The flames ignite, spreadin' hell across the earth / Our lives are engulfed, no regard for their worth").

 

In men che non si dica, si arriva alla title track, tra i pezzi più riusciti, senz'altro tra i migliori, dell'intero lotto: una ballata profonda di quelle descritte in precedenza, con un arrangiamento che riesce nell'intento non solo di accompagnare ma di elevare, soprattutto, la voce così piena di emozione di Smith: il piano è suonato da Shooter Jenings, a cui è affidata anche la produzione, ed è l'ennesimo obiettivo centrato di questo progetto, grazie a una collaborazione che si rivela vincente e si amalgama bene con il talento del cantautore. La successiva "River Of Love and Loss" è stavolta composta da un accompagnamento più scarno, data da un'acustica e dei suoni d'ambiente che le conferiscono un'atmosfera tenebrosa, mentre il testo ci descrive un'altra storia piena di ombre e senza spiragli di luce, dove l'acqua torna nuovamente come protagonista. La chiusura dell'album è affidata a un'altra riuscita doppietta, dapprima con la misteriosa e oscura "The Rapture", il cui testo è dominato da allusioni mortifere, quasi una riflessione sulla sottile differenza che a volte separa l'uomo dalla bestia, e "I Don't Know A Thing About Love": quest'ultima, carica di un po' più di speranza, si muove lenta fino a trascinarsi verso le sue ultime note di piano, risultando il modo migliore per chiudere un disco pieno di luce ed oscurità così ben calibrate e spesso mischiate tra loro.

"On the Widow's Walk" è sicuramente un ulteriore passo avanti nella carriera di un musicista che riesce a mantenere livelli sempre elevati nel corso degli anni: un album che mostra un'importante maturazione nella narrazione di un percorso che guarda a ritroso nella storia americana, senza dimenticarne l'orizzonte.





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