Phoenix
Bankrupt!

2013, V2 Records
Pop Rock

Da Lisztomania a Kitschomania, la caduta libera degli ex alfieri del pop rock francese
Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 22/04/13

Metto le mani avanti per coloro i quali avessero già sbirciato il voto: lungi da me avere un qualsiasi pregiudizio nei confronti del mainstream. Chi, infatti, anche tra i più fedeli sostenitori delle chitarrazze distorte, non s'è mai lasciato trascinare da un immediatissimo parto della grande industria musicale? La chiave sta proprio là: l'immediatezza. Perché senza il suo attributo di base, la semplicità, il pop (soprattutto se è di dance-synth-pop che stiamo parlando) non ha nessuna speranza di raggiungere il tanto agognato obiettivo di far intraprendere alle nostre teste quel movimento ritmato che fa da universale indicatore di gradimento.

 

La premessa è d'obbligo perché con questo "Bankrupt!" i Phoenix eliminano del tutto qualsiasi elemento rock, anche il più piccolo, dal proprio sound: quella costruzione fatta ancora da chitarre che stava alla base del precedente e incensato (anche troppo) "Wolfgang Amadeus Phoenix" sparisce completamente nel nulla. Quel che resta, però, è ben lontano dall'essere un pop d'autore, o anche soltanto un pop danzereccio coinvolgente: trattasi di un mucchio di tracce piatte, dalle linee melodiche banali e poco convinte, insignificanti quando non del tutto insopportabili nella loro assurda smielatezza (se avete proprio bisogno di un esempio, date un ascolto ai ripetuti "follow, follow me" di "The Real Thing").

 

Il vero dramma, però, si consuma nel momento in cui alla band francese viene la grande idea di sommergere tutti i pezzi del disco sotto tonnellate di pomposi orpelli elettronici, senza un criterio logico, senza l'ombra di un perché. Sarà forse per mascherare la palese pochezza delle composizioni, o piuttosto a causa di un'eccessiva fiducia nei propri mezzi in fase di songwriting. Ma c'è veramente ben poco di valido, ben poco che possa essere considerato accattivante, tra le incomprensibili quanto velleitarie giapponesate, affogate tra scimmiottamenti del peggior Mika o dei peggiori Coldplay, del singolo "Entertainment", le sonorità da schermata introduttiva di un cabinato arcade di "Don't", la sconclusionata, confusa baraonda della conclusiva "Oblique City". Un tripudio del non-sense, della mancanza di misura, del kitsch.

 

Detto sinceramente, avremmo difficoltà a comprendere il senso di questa release anche se si trattasse di una collezione di canzoni scartate dalle uscite precedenti. Quel che è grave è che attorno a "Bankrupt!" c'erano invece delle aspettative spropositate: il disco viene presentato come il frutto di quattro anni di duro lavoro ed etichettato addirittura come sperimentale e rivoluzionario. Quel che è ancora più grave è che le dieci tracce che lo compongono sono state scelte da una rosa di ottantuno diversi abbozzi, e che la band, in un impeto di puro "non si butta via niente", ha ben pensato di tenere in caldo tutte le restanti per pubblicarle come bonus tracks. Tutte quante. Aiuto.





01. Entertainment

02. The Real Thing

03. S.O.S. In Bel Air

04. Trying To Be Cool

05. Bankrupt!

06. Drakkar Noir

07. Chloroform

08. Don't

09. Bourgeois

10. Oblique City 

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