Monuments
Phronesis

2018, Century Media Records
Progressive Metal

Mischiare metal e armonie può essere rischioso; tonfo nell'acqua per i britannici Monuments
Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 30/10/18

Non sempre, come abbiamo avuto modo di scrivere a proposito dei Follow The Cipher e degli Omnium Gatherum, unire metal e sonorità melodiche è una scelta felice; tanto più di rado lo è se si pratica il prog; ciò non di meno sembra che diverse etichette prestino molta attenzione a questo settore del mercato, o meglio a quella zona sospesa tra prog metal e metalcore che seduce soprattutto in terra d'Albione, da alcuni denominata "djent", come dimostra tra l'altro la terza uscita dei britannici Monuments.


"Phronesis" oltre a confermare il gusto della combo per i titoli colti ed echeggianti concetti della filosofia greca, ne ribadisce l'approccio esistenzialista che si traduce però in incursioni melodiche molto convenzionali e a nostro sentire piuttosto deludenti. Non tanto e non solo perché il cantante, nelle frequentissime aperture dei refrain, fa uso del pitch per correggere l'intonazione, espediente che non possiamo fare a meno di collegare all'abuso che se ne fa nei generi più mainstream e che, nei limiti della proposta metal della band, fa lo stesso spiacevole effetto di un piede finito per errore in un secchio di glassa liquida. Molto meglio fanno allora quei pazzoidi dei nipponici Fear And Loathing In Las Vegas, che utilizzano la melodia mielosa in chiave ironica. Inoltre, nel contesto pop oriented del songwriting - in cui tutto corre verso le generose, sentimentali aperture "djent" dei refrain - è proprio il metal, che dovrebbe essere il nucleo del discorso musicale, a diventare decorazione e palliativo; non bastano il profluvio di batteria, il roboante scream e i muri di chitarre che emergono qua e là a consolidare una materia musicale irrimediabilmente sbiadita dall'eccesso melodico, per di più melodie (lo ribadiamo) smaccatamente pop oriented che c'entrano nulla col contesto. In queste stesse pagine abbiamo elogiato il modo con cui altre band, ad esempio gli Alkaloid, hanno saputo maneggiare le melodie in contesti metal più estremi con ben altri esiti. Purtroppo uno dei rischi che l'abuso melodico fa correre al metaller è proprio quello di scivolare fuori dai confini del proprio genere, travalicare in altro e snaturare la genuinità della proposta.


Potremmo compulsare tracccia per traccia il disco dei Monuments ma faticheremmo a rilevare brani davvero significativi (forse la conclusiva "The Watch", con la bella ripetitività ossessiva della chiusa, che però ricorda i Gojira) e non annacquati dalla febbre melodica che, nondimeno, molti giudicano il quid del metal del futuro; ci permettiamo di dissentire. Bei riff, una certa carica e la padronanza degli strumenti sono ingredienti purtroppo superiori alla somma delle parti. Molto meglio era lecito aspettarsi dall'ex chitarrista dei Fellsilent John Browne e da Josh Travis, ex chitarrista dei The Tony Danza Tapdance Extravaganza. Peccato, perché la presenza di un cantante sassofonista come Chris Barretto in un contesto death potrebbe portare ad esiti interessanti il sound della band, solo avesse il coraggio di abbandonare la funesta malìa per le armonie accattivanti, aprendosi ad una vera sperimentazione o almeno non rinnegando la propria natura.
Lo speriamo, ma per adesso i segnali dicono tutt'altro. Se questo è il metal del futuro, la cosa non ci rassicura sulla buona salute del genere.





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