Porcupine Tree
Fear Of A Blank Planet

2007, Atlantic Records
Prog Rock

Uno degli ultimi capitoli della band britannica che racchiude il massimo splendore dei suoi componenti in un concept compatto e una produzione sublime.
Recensione di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 05/01/21

Due occhi, freddi, distaccati, alienati. Due occhi che trasmettono la realtà riflessa di un mondo che non esiste. Il battere compulsivo e al contempo annoiato delle dita su una tastiera. Questo il particolare biglietto di benvenuto di quello che ad oggi rimane uno dei capolavori assoluti dei Porcupine Tree, parliamo di "Fear Of A Blank Planet".


L'album in questione vede la luce nel 2007 come attesissimo successore di un "Deadwing" (2005) che aveva costituito un po' la pietra dello scandalo per Steven Wilson e i suoi, accusati di aver barattato il crudo e solido progressive metal di "In Absentia" (2002) in favore di una varietà di stili - alcuni nuovi, altri, in realtà, già abbondantemente presenti nella discografia precedente - che secondo fan e critica poco avevano a che fare con l'universo della band britannica.


Di contro, "Fear Of A Blank Planet" è un album incredibilmente compatto. Non ci riferiamo solo al concept tematico (accennato da Steven Wilson anche in questa nostra intervista, un decennio più tardi), che fa correre un forte filo conduttore tra i testi delle sei tracce presenti, ma anche a come ciascuna di queste tracce si leghi musicalmente alle altre, nonostante le tipiche dicotomie tra acustico ed elettrico, tra blandi ritmi atmosferici e accelerate abrasive, vero e proprio marchio di fabbrica dei Porcupine Tree. Compattezza che risulta ancora più sorprendente se pensiamo che il disco è stato realizzato tra Londra e Tel Aviv, dove Wilson stava lavorando al suo secondo capitolo con il progetto Blackfield.


La title-track apre l'album delineando il ritratto di un ragazzino isolato dal mondo, chiuso nella sua stanza e nel suo universo digitale, che lo ha portato a privarsi del rapporto con i genitori e di una virtù umana, la curiosità. In assenza di questa, la vita di questo adolescente sprofonda in una spirale di noia e ripetitività, costruita su una serie di false divinità che Steven Wilson snocciola in modo diretto, senza troppe figure retoriche. Videogiochi, pasticche, pornografia e televisione sono esplicitamente citati come principali responsabili del disturbo bipolare del protagonista, che lo porta infine a dubitare della sua stessa esistenza. Musicalmente, l'introduzione acustica e le brusche virate metal tra gli onirici ritornelli dominati dai synth, riportano lo stile indietro a "In Absentia".


"My Ashes" è un pezzo decisamente contaminato dal già citato progetto Blackfield. Lento, con una netta predominanza di sonorità acustiche sviluppatesi da una tastiera che pare un tributo alla "No Quarter" di zeppeliana memoria, presenta la presa di coscienza del protagonista nei confronti della propria condizione, mentre introduce "Anesthetize". Ora, se "Arriving Somewhere But Not Here", "Ancestral" o "Drive Home" non ce ne vogliono, possiamo forse dire che i quasi 18 minuti di questa traccia rappresentino lo splendore più elevato raggiunto dalla discografia di Wilson in toto. Un lungo componimento fatto di contrasti nella musica come nella scelta delle parole, atti ad esaltare lo stato di completo bipolarismo in cui finiamo per immedesimarci. L'altalena tra "apathy" ed "electricity", derivanti dai farmaci assunti ("from the pills in me") ci porta in un secondo momento ad immergerci nei ricordi del protagonista, mentre sale in cattedra l'estro di uno dei batteristi in assoluto più dotati al mondo, Gavin Harrison. L'interpretazione della batteria è fondamentale in un primo luogo a gettare irrequietezza con rapide accelerate tra una quartina e l'altra, poi si esibisce nel suo massimo splendore in tutta la seconda parte del brano. Da segnalare è anche l'esecuzione dell'assolo centrale da parte di niente meno che Alex Lifeson (Rush).

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Potremmo dedicare paragrafi ad "Anesthetize", ma altrettanto efficace è la parte finale del disco, a partire da una "Sentimental" che riporta apparente tranquillità attraverso le note del suo piano. Ascoltandone bene il ritornello è facile notare come sostanzialmente richiami il verso della citata "My Ashes": cose come questa contribuiscono alla compattezza di cui si parlava in precedenza e definiscono un eccellente songwriting. Sul finale il brano crea anche un ponte con "Trains" di "In Absentia" e con i capitoli più leggeri e pop della discografia dei Porcupine (con "Deadwing" in testa).


Le conclusive "Way Out Of Here" e "Sleep Together" arrivano a sottolineare ancora una volta le presenze fondamentali di Richard Barbieri e di Colin Edwin rispettivamente alle tastiere ed al basso. La formula rimane la stessa, il primo di questi due brani costituisce, nella sua prevalente natura strumentale, un ultimo momento introspettivo, veicolando le volontà di fuga del protagonista del nostro incubo, prima che "Sleep Together" chiuda il tutto in un epilogo più vitale e accattivante.


Poco resta da aggiungere sul giudizio di "Fear Of A Blank Planet". Nonostante sia stato pubblicato in un momento in cui la band andava piano piano sfaldandosi tra le mille altre idee che Steven Wilson stava covando per la propria carriera, questo rappresenta infatti uno degli album più identificativi e riusciti dei Porcupine Tree. Forse meno impattante e memorabile di "In Absentia", ma assolutamente non da meno in quanto a solidità e qualità tecnica delle parti suonate e della produzione, in questo frangente spaventosamente eccelsa. Apprezzabile è anche il fatto di aver saputo mettere da parte, almeno per quanto riguarda la tracklist originale, tracce altrettanto valide come "Cheating The Polygraph" (altra dimostrazione di onnipotenza batteristica da parte di Harrison) e "Nil Recurring", sempre a favore della grande compattezza di quello che è diventato inevitabilmente un classico di questa band, dimostrazione di massimo splendore da parte di tutti i suoi membri.





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