Tangerine Dream
Quantum Gate

2017, KSCOPE Records
Elettronica

Eoni fa, alla fine degli anni '60, i venti cosmici soffiarono poderosi sulle cime del prog rock e della psichedelia, attraversando l'Atlantico e la Manica, e dando vita in terra teutonica alla strana mistura di entrambi nota come "kraut rock"... ecco come i Tangerine Dream festeggiano il loro cinquantesimo anniversario.
Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 24/09/17

Di fronte a band alle prese con la nascente musica elettronica, ancora lontanissima dalle derive dance, si aprivano allora due grandi vie: l'una - bastarda - dei campionamenti e della commistione tra analogico e digitale, l'altra - purista e perciò meno battuta - dei sintetizzatori. Fu quest'ultima ed è tutt'ora il regno di artisti come Vangelis, Kraftwerk e dei sempiterni Tangerine Dream, band dalla carriera cinquantennale e dalla sterminata discografia, orientata sempre più negli anni alle soundtracks e alla componente atmosferica della musica, che ha già dedicato diversi album al fascino delle scienze.


Quest'ultimo - "Quantum Gate" - , che tra l'altro celebra il cinquantesimo anniversario dalla fondazione della band, è espressamente dedicato alla fisica dei quanti, alle sue luci ed ai suoi abissi. Non si tratta di un viaggio concettuale ma spirituale, non ci sono parole ad appesantire i suoni, non aspettatevi altro che quello a cui la band ci ha abituato: lunghe e dilatate immersioni nei "paradisi artificiali" dei sequencer e degli arpeggiatori, dai freddi suoni stellari e dalle progressioni pentatoniche, appena punteggiate qua e là da una chitarra satura e riverberata. Come In "Franz Kafka - The Castle", album del 2013, il viaggio è un labirinto mentale, ed è probabile che una volta giunti a mezzo di "Non-Locality Destination", una delle highlights del disco, ci si senta perduti nello spazio profondo a chiedersi, come le particelle quantiche o come un personaggio di Twin Peaks, se ci si trovi nel futuro o nel passato. Alchimisti consumati, i Tangerine Dream sanno come squadernare e scompaginare le rotte psiconautiche dei loro ascoltatori proiettandoli nel loro Inland Empire, dove - come insegna il fisico Ludwig Boltzmann - la distinzione tra futuro e passato è solo una visione approssimativa dei microstati della materia.


Impulsi, battiti, scarni temi di tre o quattro note punteggiano la opening "Sensing Elements", in cui non è la struttura musicale in senso tradizionale a contare, ma il ricorrere di schemi sonori disposti in ordine modulare: "quanti di musica" si potrebbe quasi dire, che producono un moto oscillante e ipnotico orientato alla meditazione e al viaggio interiore. "Roll The Seven Twice" alterna fasi dilatate a momenti più movimentati e chill, ma a battere è il polso più che il piede. "Granular Blankets" fa parte di quei pezzi che, uniti ai suoni "vintage" cari ai TD e spesso "restaurati" da tanta new disco che oggi va per la maggiore, sembra proiettarci sul set di un film di John Carpenter: "The Fog", "The Thing", o magari "1997: Escape From New York" se poi non virasse ad uno sviluppo armonico emozionale su una ritmica shuffle che ricorda certe atmosfere di Vangelis. "It Is Time To Leave When Everyone Is Dancing?" ci invita su un metafisico dancefloor anni '80, non troppo distanti dai New Order. Certo, è musica che può suonare un po' datata a molte orecchie avvezze alle sperimentazioni elettroniche dei primi Duemila, a cui i TD sembrano del tutto impermeabili. Ma sarebbe come rimproverare ad uno pterodattilo di non avere le piume.


Per calarsi totalmente in questa atmosfera bisogna salire sulla macchina del tempo e tornare a quei primi anni '80 fermento di New Age, esoterismi e teosofie; epoca in cui andavano per la maggiore teorie "scientifiche" che mischiavano con disinvoltura ufologia, spiritimo, etnologia, antropologia, religioni comparate e chi più ne ha... un clima culturale che rendeva plausibili - se non attendibili - opere come "Non è Terrestre" e "Astronavi sulla Preistoria" di Peter Kolosimo. Gli anni ruggenti di Scientology. Per cui è fisica quantica, sì, ma i TD vi mischiano nebbia e magia, care al XX secolo, lo avvertiamo calandoci in "Identity Proven Matrix" che si schiude tra le nostre orecchie come un'orchidea digitale. "Proton Bonfire" è la topografia dinamica di una megalopoli del 40.000 d.C. e sembra interrogarsi sulla natura ondulatoria o corpuscolare della luce: abbacinante. Dopo le vette e gli abissi, "Tear Down The Grey Skies" ci deposita sulla tranquilla fissità di un lago su cui vento non soffi, né volatile voli. Ma è solo apparenza: la superficie nasconde abissi, e il cielo grigio cattedrali di luce. I Tangerine Dream suonano come se dipingessero e, se fosse lecito il paragone ardito, non siamo troppo distanti dalle atmosfere di certo Post Rock. Se si trattasse di rock, naturalmente. "Genesis Of Precious Toughts", accompagnata da archi e atmosfere disincarnate, è l'ultimo gradino di questo itinerarium magnum che conferma il valore della band senza spostare di una virgola la loro proposta o il loro stile. Nè, forse, vorremmo altrimenti.





01. Sensing Elements
02. Roll The Seven Twice
03. Granular Blankets
04. Is It Time To Leave When Everyone Is Dancing?
05. Identity Proven Matrix
06. Non-Locality Destination
07. Proton Bonfire
08. Tear Down The Grey Skies
09. Genesis Of Precious Toughts

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