Silversun Pickups
Better Nature

2015, New Machine Recordings
Pop Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 15/10/15

Silver Lake, Los Angeles, California: culla delle mode, degli hipster, dell'American indie intellettualoide e intimamente fighetto. Una babele di band dai toni giovanili e freschi, che sguazzano come allegri delfini dentro e fuori dalle mode del momento, e dalle classifiche. Nascono da queste parti i Silversun Pickups, pittoresco quartetto apparso da una nuvola di brillantini synthpop, e fattosi poi notare dalle major grazie a una progressiva adozione di atmosfere sempre più sature ed elettriche, opposte alla caratteristica e flebilissima (un po' Brian Molko, un po' Billie Corgan) voce del frontman Brian Aubert, alle composte linee guida di basso di Nikki Monninger, a una mai celata propensione al pop più mellifluo.

"Better Nature" arriva come quarto episodio della discografia della band, e in barba al titolo vede un netto cambiamento di rotta verso la totale spersonificazione di un pop rock radiofonico e patinato: vengono tagliate fuori le martellanti cavalcate rock ("Panic Switch") o le audaci invasioni in terreni di competenza dell'elettronica ("Gun-Shy Sunshine") che avevano impreziosito i precedenti album, in favore di un asettico stadium-rock farcito di cori strillati, nelle intenzioni cinematografico ma alla fine della fiera innocuo e sempre uguale a se stesso (i fin troppo ossessivi refrain della title track o di "Connection", il maldestro singolo "Lights Out" e tutto l'apparato concettuale-visivo che lo circonda, in stile "30 Seconds To Mars").

Qua e là, specialmente quando i ritmi rallentano, "Better Nature" riesce quasi a funzionare: lo fa nel post-pop di "Pins And Needles", fiera di basso a volumi altissimi e chitarre in delay; nell'intimismo della struggente "Friendly Fires", monologo di acuti vocali e basi sintetiche; o ancora in generale dove interviene la voce della Monninger, capace di conferire a ogni brano in cui appare un piacevole, accattivante tocco dream pop (buonissimi gli esiti sulla dolce "Circadian Rhythm (Last Dance)", o sui particolari scampanellii di "Tapedeck"). Una produzione fin troppo plasticata e dimessa, oltre alla radicata tendenza ad allungare di uno o due minuti più del dovuto ogni brano, spostano però inesorabilmente l'ago della bilancia verso l'insufficienza, per un album che poteva (doveva) essere quello della svolta, e che invece non riesce a trarsi quasi mai fuori dalla mediocrità.





01. Cradle (Better Nature)
02. Connection
03. Pins and Needles
04. Friendly Fires
05. Nightlight
06. Circadian Rhythm (Last Dance)
07. Tapedeck
08. Latchkey Kids
09. Ragamuffin
10. The Wild Kind

Recensione
Ozzy Osbourne - Ordinary Man

Intervista
Demons & Wizards: Hansi Kürsch

LiveReport
Tenacious D: Post-Apocalypto Tour 2020 - Milano 19/02/20

Recensione
Tame Impala - The Slow Rush

Intervista
Dropkick Murphys: Matt Kelly

Intervista
Sabaton: Hannes Van Dahl