Slayer
Repentless

2015, Nuclear Blast
Thrash

Gli Slayer non si fermano mai, inesorabili e senza pentimento
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 08/09/15

C’è sempre una prima volta. Anche con una carriera che va avanti da oltre trent’anni, con undici album alle spalle, quando si ha fatto la storia del genere e si è considerati tra gli ultimi numi tutelari del metal (quello vero delle origini), il destino ti mette davanti sempre situazioni nuove da affrontare. La caratura di una band, in fin dei conti, viene fuori in queste occasioni, quando le certezze diventano dubbi e le consuetudini diventano eccezioni da metabolizzare.

Il dodicesimo album in studio degli Slayer, “Repentless” (il primo su Nuclear Blast), è sostanzialmente tutto questo, una serie di novità che ha posto la band, o meglio Araya e King, davanti a un lavoro che segna in modo indelebile la discografia degli americani. Sei anni dopo “World Painted Blood” sono cambiate molte cose, la prima in ordine di importanza, drammatica, l’assenza del fido compagno Jeff Hanneman (morto il 2 maggio 2013), solido pilastro su cui si basava parte del songwriting della band. Benchè il sostituto scelto, ossia Gary Holt degli Exodus, sia di assoluta garanzia e ormai complementare agli altri due vista l’ormai lunga e fruttuosa attività live, un disco senza Hanneman è un qualcosa da assimilare. Oltre a questo si aggiunge la defezione di Dave Lombardo (allontanato nel 2013), sostituito ancora una volta da Paul Bostaph, riproponendo ancora l’eterna lotta tra chi preferisce lo stile unico del primo o del secondo.

Novità che fortunatamente non hanno intaccato minimamente quello che devono rappresentare gli Slayer alle orecchie di milioni di metalhead e il risultato finale del disco. A livello di scrittura infatti poco è cambiato, dal momento che la gestazione dei brani è iniziata ben due anni prima della morte di Hanneman, con un intervento nullo da parte di Holt (apprezzabile solo in alcuni assoli, più ragionati e complessi delle classiche rasoiate della casa) il quale si è limitato a seguire i dettami di King e registrando pari pari gli spunti partoriti del buon Jeff. Ma in sostanza come suona questo “Repentless”? Dopo un paio di album dignitosi ma forse un po’ stanchi, il dodicesimo capitolo dei losangelini è un concentrato di stilemi slayeriani come non ne sentivamo da diverso tempo, caotici, potenti, feroci.

Se “World Painted Blood” era maggiormente finalizzato alla ricerca di atmosfere cupe e sinistre, con brani più lenti e morbosi, in “Repentless” i nostri hanno preferito tenere i giri motore quasi costantemente nella zona rossa, riuscendo come sempre a imbrigliare la violenza senza mai andare in stallo. Dopo una bella intro atmosferica, ritornano forti le influenze hardcore/punk, principalmente concentrate nella prima parte del disco. La già nota title-track è un tributo allo stile di Hanneman, con un cantato di Araya che richiama i vocalizzi brutali del periodo “Diabolus in Musica” e “God Hates Us All”, mettendo in mostra la terza novità in ordine di importanza, ovvero la produzione, affidata per la prima volta a Terry Date (già al lavoro con Pantera, Soundgarden, Deftones e altri) al posto del solito santne Rick Rubin. Anche in questo caso la ventata di freschezza ha giovato non poco a caratterizzare un suono preciso ma con il giusto spessore, dando nuova vita a un Tom Araya convincente nonostante l’età, tanto da chiederci come se la caverà dal vivo con bordate come “Take Control”, “Vices” o “Cast the First Stone”, probabilmente uno degli pezzi in cui si può maggiormente apprezzare il contributo di Holt inserito nel classico contesto slayeriano: urlo bestiale di Araya che anticipa il break centrale, colpi di pennata alla “Reign in Blood” a far crescere la tensione e successivo assolo che più Holt non si può (almeno nella prima fase, pronti a essere smentiti).

Episodi singoli a parte, è tutto il pacchetto “Repentless” a convincere, riuscendo a non calare nella seconda metà (giusto un filo più moderata e “melodica”), dimostrando ancora una volta che il patto col diavolo firmato da questi musicisti è ancora valido, nonostante defezioni e dipartite. Un disco degli Slayer pienamente degno del proprio nome, che toglie un po’ di perplessità dopo le ultime uscite alla lunga stantie e che sicuramente non mancherà di devastare i palchi di mezzo mondo. Ma del resto con una copertina tra le più blasfeme apparse recentemente e con un titolo/neologismo che potremmo tradurre con “procedere inesorabili senza pentimento”, avevate forse dei dubbi?



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