Stratovarius
Enigma: Intermission II

2018, earMusic
Symphonic Metal

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 27/09/18

Nel turbolento mondo della musica, dove i risentimenti, i cambi di formazione, gli scandali ed i decessi sono all’ordine del giorno, gli Stratovarius possono essere considerati uno tra i  gruppi più vessati dalla sfortuna. Nonostante tutto, nel corso degli anni sono riusciti a sfornare album di ottima qualità. Forse i tempi d’oro della band sono ormai passati, ma il combo finlandese non smette mai di mettere mano ai propri strumenti e di creare nuova musica. L’uscita di cui parliamo oggi non è il successore di “Eternal”: “Enigma: Intermission II”, come il fan di lunga data ha già capito, è un riempitivo, figlio di “Intermission” del 2001. Un modo interessante di tenere buono l’appassionato che vuole a tutti i costi avere nuovo materiale della band, una compilation che mischia vecchie bonus track a nuove composizioni e a rivisitazioni in chiave orchestrale. Tre sezioni abbastanza autonome l’una dall’altra. Sebbene i primi due gruppi, e la scaletta dell’album ce lo fa capire alla perfezione, siano tranquillamente unibili, è il terzo gruppo quello che viene tenuto separato, sia concettualmente che fisicamente, e relegato nella parte conclusiva dell’album.

Partendo dai nuovi brani, “Enigma” apre le danze inserendosi alla perfezione nel solco dello stile degli Stratovarius: un mid tempo piacevole, melodico, ma che pecca di troppa leggerezza compositiva. Nulla di rivoluzionario o che riesca a conquistarsi un posto duraturo negli show dal vivo. “Burn Me Down” alza invece il tiro: gustosamente progressive e più strutturata, è graziata da un coro che colpisce immediatamente l’attenzione. Anche i passaggi di tastiere e chitarre nell’ultima parte rivelano una cura maggiore in fase di scrittura. Con il brano finale del trio di inediti arriva anche la traccia meglio riuscita del lotto: “Oblivion” fa dell’operato di Kotipelto e di Johansson la base fondante. I due membri storici non si risparmiano: la voce del primo risulta serpeggiante, coinvolgente, perfetta per un brano più lento ed oscuro, mentre le tastiere del secondo donano corposità e sostengono perfettamente il cantante. Una sequenza di canzoni in crescendo che ci mostra una buona forma mentale della band.

Il gruppo di bonus track pescate qua e là all’interno della produzione che va da “Polaris” del 2009 fino agli anni recenti del già citato “Eternal” (2015) non rivela grosse sorprese. Essendo materiale già edito rispecchia il gusto del periodo di appartenenza. Non tutti i brani risultano di buon livello, come spesso accade con queste canzoni extra. Anche qui, però, è possibile trovare qualche chicca che farà felici tutti gli ascoltatori. “Castaway” rientra di certo in questa categoria: basta ascoltarla per pochi secondi e vengono subito in mente gli Stratovarius degli anni ’90, tanto che questo brano, estratto dalla versione giapponese di “Elysium”, si riallaccia ampiamente a “Black Diamond”. Anche il neoclassicismo di “Kill It With Fire”, dalla versione giapponese di “Nemesis” o lo speed metal di “Giants”, dalla versione per il Sol Levante di “Eternal”, danno vita a due composizioni che non sfigurano affatto nella discografia della band finlandese per gusto di scrittura e per varietà. Da dimenticare a tutti i costi il lento “Old Man And The Sea”, poco ispirato, con Kotipelto posizionato su note elevate anche quando l’atmosfera non lo richiede, così come la helloweeniana “Hunter”, che sembra un riempitivo scherzoso che staziona dalle parti dell’happy metal. Tra questi due estremi opposti vi sono diversi brani che vivacchiano nelle zone medie, senza infamia né lode.

Arrivando infine al quartetto di brani rivisti in ottica orchestrale, il giudizio non può essere che unanimemente negativo. Non tanto per lo stile quasi per nulla metal di queste nuove versioni – il gusto della band va comunque rispettato, qualsiasi direzione prenda, anche quella pop, qui si sta valutando solo la qualità del risultato – ma più per il livello non all’altezza degli originali. In tutti e quattro i casi l’aver spogliato le canzoni di molti elementi non ha reso giustizia alla qualità della composizione di partenza. Molto si è perso lungo la strada e l’aggiunta di strumenti orchestrali non è riuscita a donare quel qualcosa che facesse di nuovo risplendere le canzoni in questa veste inedita. Anche l’orchestrazione lascia molto a desiderare e viene più che naturale chiedersi se la freddezza dei vari strumenti derivi dall’uso di software piuttosto che da musicisti in carne ed ossa. Un brano come “Unbreakable”, che già nella sua originaria edizione all’interno di “Nemesis” presentava passaggi che non avrebbero sfigurato in un brano di Robert Miles, perde completamente la componente più rocciosa data dalle chitarre elettriche e raggiunge una forma più vicina alla musica passata su Radio Deejay o MTV.

Come valutare questo “Enigma: Intermission II”, una compilation sbilanciata tra il passato recente, il presente e, forse, il futuro? La qualità è altalenante lungo tutta la scaletta. Tra picchi di qualità ed originalità e abissi di brani snaturati e poco ispirati, viene facile pensare ad un voto medio, una sufficienza stiracchiata che vuole puntare il dito verso tutte quelle dicotomie che dopo 29 anni di carriera non dovrebbero più essere nemmeno lontanamente immaginabili. Il titolo dell’album spiega ampiamente il significato di quanto espresso in questa recensione: "Intermission", un semplice intervallo, un riempitivo. Tempo forse buttato via vista la qualità dell’operazione, che meritava di essere speso meglio soprattutto in vista di un nuovo album da studio. I fan difenderanno, gli scettici contesteranno e l’etichetta e la band ci guadagneranno comunque.



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