Kansas
The Absence Of Presence

2020, Inside Out Music
Progressive Rock

Le leggende del prog statunitense tornano con un disco di qualità e dalla grande eleganza.
Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 15/07/20

Il progressive resta un genere che, pur avendo ben attecchito negli USA dopo degli inizi difficili, non annovera un numero di band pari, per attitudine sperimentale e ricercatezza, a quelle sfornate dai dirimpettai britannici. Tra i gruppi storici del vergine panorama a stelle e strisce dei Seventies meritano un posto d'onore gli Styx, attivi ancora oggi, e soprattutto i Kansas, sulla breccia ormai da mezzo secolo, nonostante i continui turnover in line-up - con relative oscillazioni del sound - e qualche album non certo irreprensibile. Quando il singer e tastierista storico Steve Walsh abbandonò definitivamente la nave nel 2014, l'act nato a Topeka non si perse d'animo, prima reclutando al suo posto Ronnie Platt, poi rompendo un silenzio discografico durato sedici primavere con la pubblicazione dell'ottimo "The Prelude Implicit".

Il nuovo lavoro, "The Absence Of Presence", conserva uno standard qualitativo all'altezza, elemento non di poca importanza vista la lunga carriera alle spalle; l'innesto alle keys (e al songwriting) di un cavallo di razza del livello di Tom Brislin (Yes, Metloaf) e una produzione di grande nitidezza, portano una ventata di aria fresca a uno stile invero mai piegatosi al trascorrere delle stagioni e la cui matrice classica rimane vitale e costante, grazie anche all'opera degli unici membri superstiti della formazione originale, il chitarrista Rich Williams e il drummer Phil Ehart. 

Un intreccio di passato e presente che informa la maestosa e sognante title track, lo sferzante hard/prog di "Throwing The Mountains", il robusto instrumental "Propulsion 1", la trainante "Circus Of Illusion", il rock up-tempo di "Animals On The Roof", la crimsoniana e oscura The Song That River Sang", con il violino di David Ragsdsale splendido mattatore della scena, e un tonificante tocco fusion a corredo: d'altronde, una volta che gli statunitensi decidono di immergersi nei proficui anni '70 senza trascurare le seduzioni del moderno, riescono a sciorinare lampi di autentica raffinatezza ed efficacia. Ma l'ensemble non dimentica il proprio amore per le varie facce del crossover AOR: da un lato un paio di ballad di gusto come "Memories Down The Line" e "Never", dall'altro la pronunciata linearità radiofonica di "Jets Overhead", completano un quadro nel quale non contano tanto l'abilità tecnica, le segnature dispari e il numero di note suonate, quanto la bellezza che sta al di là di esse e la pura musicalità che zampilla a ogni piè sospinto.

Delizioso, elegante, forse soltanto un po' levigato in alcuni momenti, "The Absence Of Presence" è DNA Kansas al cento per cento. Leggendari.




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