Suede
The Blue Hour

2018, Warner
Rock

Un demone si impossessa della musica della band inglese, travolgendo chiunque ascolti
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 22/09/18

Lo scorso luglio, poco prima di entrare a teatro a Londra per vedere lo stand up comedy show di Bianca Del Rio con un amico che vive nella capitale del Regno Unito da quasi quindici anni, si discuteva della “consistency” attuali delle band inglesi degli anni ’90. Lui sosteneva come fossero i Placebo la band maggiormente costante nel tempo in termini di garanzia di qualità media, il sottoscritto confutava la tesi citando gli Suede, che si sarebbero esibiti alcuni mesi dopo proprio in quel teatro. 
La band di Brett Anderson, difatti, poteva annoverare in carriera solo un disco davvero mal riuscito (“A New Morning”), il resto andava dal buono (“Head Music”, “Bloodsports”) all’ottimo (“Suede”, “Night Thoughts”), senza disdegnare l’eccellenza (“Coming Up”) e financo raggiungendo la storia (“Dog Man Star”). 
E vedrai” dicevo lui, “torneranno quest’anno con un’opera che se non significativa, brillerà anch’essa di una classe infinita”.

D’altronde il sottoscritto, come un po’ tutti del resto, fu ingannato alla perfezione dalla band londinese: i singoli rilasciati durante l’estate lasciavano presagire una qualità di scrittura fine e come sempre invidiabile, ma nessun reale scossone rispetto alla tipica canzone alla Suede che da oltre 20 anni abbiamo imparato a conoscere e ad amare, sì, ma con un senso di sicura confortevolezza dettata dall’abitudine. Certo, c’erano già le dichiarazioni di inciso più oscuro mai scritto dagli Suede, con la chiara volontà di chiudere una trilogia discografica della fase 3.0 della loro carriera andando ad intensificare il mood malinconico già chiaramente percepibile sullo scorso “Night Thoughts”.
Ma ciò non era sufficiente ad allontanarci dall’idea che fossimo comunque di fronte ad un gioco sicuro, cosa oltremodo lecita per una band costituita da neo 50enni, oramai sulle scene da quasi trent’anni.
 
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Invece, “The Blue Hour” si apre con una “As One” dove, tra cori gregoriani ed organi, sembra più di trovarsi di fronte all’incipit di un disco dei Cradle Of Filth, che degli Suede. Non si esagera: la decadenza gotica è chiaramente avvertibile lungo quasi tutto il disco, e l’opera è pervasa da uno spirito heavy metal che ha dello sconcertante.
Per trovare le prove di un’affermazione così forte, basta ascoltare il break di chitarre hard rock di “Beyond The Oceans”, il riffing serrato di “Cold Hands” (una canzone power metal in tutto e per tutto, semplicemente arrangiata in modo glam rock), le spoken words distorte ed orrorifiche dell’intermezzo di “Roadkill”. Accanto ad elementi così eclatanti, poi, c’è qualcosa di più sottile ed impalpabile: l’epica che sostiene i ritornelli (“Wastelands”, “Life Is Golden”) e l’energia di una progressione costante in cui senti davvero che la band sta donando tutta se stessa senza riserva alcuna (“Tides”).
La marcia sicura, dunque, era solo una pia illusione: certo, non mancano le tipiche cavalcate glam  (“Don’t Be Afraid If Nobody Loves You”), ma è tutto talmente ben scritto e costruito, che si accoglie questa familiarità quasi con sollievo, come se questi brani ci ricordassero – assieme alla voce squillante, miagolante, affascinante e sempre suadente di Anderson -  che sono gli Suede in fondo che stiamo ascoltando.
Una band che, dunque, nel 2018 ha deciso di rimettersi pienamente in gioco, e che sembra davvero capace di qualsiasi cosa in questo disco, anche di scrivere un trittico in chiusura dai toni decisamente sinfonici: la sacrale “All The Wild Places”, la drammatica e rassegnata “The Invisibles” e la conclusiva “Flytipping”, dove tutta la band si riunisce all’orchestra per il classico anthem roccioso a sugellare perfettamente il trionfo.

Già, trionfo: “The Blue Hour” è l’ulteriore incremento qualitativo dei dischi degli Suede post-2010, e sebbene non vuole essere visto come un concept album dai suoi creatori, riesce ad essere estremamente concettuale nel chiudere in modo più che degno un’immaginaria trilogia del vivere in modo adulto i sentimenti.
Sì, è un disco che ci sentiamo di scrivere ha il potere di condividere un gradino del podio con la punta di diamante “Dog Man Star”, purché consideriate il tipo estremamente diverso di energia che caratterizza le due opere. 
Nel 1994 gli Suede erano glam per via della loro vita turbolenta, tra droghe, conflitti interni ed ambiguità sessuale che – all’epoca – faceva veramente scalpore e gossip; oggi tutto questo clamore è scemato, ma ciò non si è tradotto in un calo di presa sull’ispirazione e sulla loro convinzione e determinazione.
Un modo di vivere in modo adulto la musica che appartiene davvero a pochi grandi, e ci stupiamo sempre come gli Suede vengano spesso dimenticati in favore di band che hanno riconoscimenti non sempre meritati.
Come quel mio caro amico di Londra ha fatto in quella sera di luglio, fuori dal teatro in cui gli Suede avrebbero presentato dal vivo questo disco.
 
Voi non fate questo errore.




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