Genesis
The Lamb Lies Down On Broadway

1974, Charisma Records
Progressive Rock

"Un'opera monumentale, unica e inimitabile."
Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 13/02/18

I Genesis, quella band formata un tempo da cinque amici inglesi della media borghesia, a un certo punto della loro carriera cominciata quasi come un sogno, si ritrovarono a comporre la celebre tetralogia degli anni '70, quella che è considerata il manifesto del loro periodo classico. Dopo l'acerbo "From Genesis to Revelation"(1969) e il successivo "Trespass" (1970), già di buona prospettiva, fu la volta dei capolavori: "Nursery Cryme" (1971), "Foxtrot" (1972) - il raggiungimento della maturità con la sempiterna suite "Supper's Ready" - e "Selling England By the Pound" (1973), vera e propria pietra miliare del genere. A ogni album i Genesis aggiungevano sempre più arzigogoli e complessità strutturali sorrette dagli immaginifici testi del frontman Peter Gabriel che da ragazzino intimorito dal palcoscenico si trasformò in un attore da teatro servendosi di maschere sempre più particolari. In quegli anni, un Gabriel sempre più alla ricerca della perfezione stilistica dei testi, invaghito dall'idea di un'opera rock, si gettò a capofitto nella sua ambizione di realizzare un mastodontico concept album, replicando l'ambizione di un altro Peter dell'epoca, il Townshend chitarrista e compositore degli Who che nel '69 scrisse "Tommy". Fu così che nel 1974 i Genesis diedero alla luce il loro primo e immenso doppio album: "The Lamb Lies Down on Broadway".


Con la formazione classica ampiamente consolidata, Peter Gabriel - flautista oltre che cantante - , poteva contare sulle mai banali sei corde di Steve Hackett - uno dei chitarristi simbolo del prog rock insieme a Steve Howe degli Yes - , sul basso di Mike Rutherford, sulla batteria e sulle seconde voci di un ancora non affermato Phil Collins - qui comunque alla sua migliore prova alla batteria - e, soprattutto, sul genio creativo di Tony Banks, uno dei più grandi tastieristi e compositori del ‘900, spesso dimenticato per via del suo carattere refrattario alle luci della ribalta.


E' con l'inconfondibile assolo di pianoforte della titletrack che si apre il disco, seguito dal cantato solenne di Gabriel, in un susseguirsi di strofe dal sapore barocco a dissolversi nella successiva "Fly on a Windshield", un crescendo strumentale che fa da perfetto preludio a "Broadway Melody of 1974". Quest'ultimo brano si caratterizza per un giro di chitarre elettriche più duro e crudo, caratteristica presente in questo album e che, soprattutto da questo momento, rende il presente disco ben diverso dal resto della produzione dei Genesis, molto più urbano e meno melodico. Ciò è in linea con la "non-spiritualità" del protagonista, ancora grezzo e poco avvezzo alle riflessioni umane, almeno all'inizio della storia.


Tony Banks, come stava adoperandosi a fare nello stesso periodo Rick Wright nei Pink Floyd, in "Cuckoo Cocoon", inizia a sperimentare i primi sintetizzatori digitali, proseguendo nella successiva "In The Cage", uno dei brani più famosi dell'intero doppio album che, sulla dissolvenza di "Cuckoo Cocoon", comincia similmente al suo predecessore, con un'atmosfera più intima, per poi trasformarsi in una cavalcata rock movimentata e complessa che conduce al primo incontro tra i due protagonisti del concept: John & Real. A chiudere il lato A è quindi "The Grand Parade Of Lifeless Packaging", brano breve che parte anch'esso in sordina per poi movimentarsi similmente, appunto, a una parata.

 

Il lato B comincia con "Back in NYC", anch'esso duro e potente, grazie anche alla voce acuta e tagliente di Gabriel, rimane un altro dei punti fermi della discografia dei Genesis e, sul suo finale comincia "Hairless Heart", brano più intimo e mesto che inizia solo con la chitarra acustica e il synth per poi servirsi della batteria e dissolversi nella successiva "Counting Out Time", quasi un divertissement giostrato su accordi maggiori dove Gabriel analizza il suo rapporto col sesso sfruttando la maschera di Rael, ovvero uno dei due protagonisti del concept. La conclusione fatta di urla e di voci sospese si pone come preludio a quello che da molti è considerato l'apice del disco: "The Carpet Crawlers". Con Phil Collins alla seconda voce, e Tony Banks che riprende in parte l'assolo di piano della title track, i vari strumenti si aggiungono sempre più in un nuovo crescendo etereo e sempre più potenti sino a fondersi in un finale armonioso. Di certo uno dei simboli dell'intera discografia dei Genesis. A concludere il lato B c'è un altro brano storico "The Chamber of 32 Doors", anch'esso un perfetto connubio di durezza e solennità che solo questi Genesis di quest'opera sono in grado di raggiungere.

 

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Il lato C continua la storia di Lilith con "Lilywhite Lilith" anche qui il tutto è sorretto da un tappeto musicale variopinto ma tendenzialmente sempre a metà tra l'onirico e il crudo. Anche tra questo brano e la successiva "The Waiting Room" non v'è un vero e proprio stacco. Qui si raggiungono vette sperimentali che riconducono alle due suite dei Pink Floyd, "Echoes" (presente in "Meddle") e "Atom Heart Mother" (dall'album eponimo). Non è del resto errato dire che le band più celebri dell'epoca vennero influenzate a vicenda dallo stile dei loro contemporanei. Di contro, la sequenza "Anyway", "Here Comes The Supernatural Anesthetist" si propongono come brani più semplici, meno arzigogolati e dove Steve Hackett la fa da padrone.


Segue poi "The Lamia" che, oltre ad essere anch'esso uno dei brani che un vero fan dei Genesis non si potrebbe perdere, è anche un ritorno alla tematica del sesso, anche se in un modo molto più intimo e riflessivo rispetto a "Counting Out Time". Dopo la chiusa solenne del lato di "Silent Sorrows in Empty Boats", l'ultima facciata - i cui testi vennero scritti per lo più da Banks e Rutherford per sopperire ai ritardi di Gabriel. Con i suoi otto minuti, "The Colony of the Slippermen (The Arrival - A Visit to the Doktor - The Raven)", si presenta come una mini-suite molto complessa e articolata partorita appunto come uno spettacolo teatrale assurdo e vagamente macabro debitore di Edgar Allan Poe.


"Ravine", anch'esso un brano strumentale che serve da passaggio (durante i live, Gabriel sfruttava questi attimi per potersi cambiare d'abito), introduce a "The Light Dies Down On Broadway", un evidente richiamo alla title track, sia nella struttura che nel giro armonico. La descrizione perfetta del testo è fornita da "Riding The Scree", una continua fuga di tastiere che danno l'impressione di una nuova discesa, stavolta di tentata redenzione, soprattutto perché d'un tratto Rael si accorge che di fronte a lui si è aperto un varco dimensionale che, però, è di durata temporale limitata. Indeciso sul da farsi, Rael si getta tra le rapide in preda alla disperazione per salvare John - "In The Rapids" - , lottando contro la furia delle acque. "It" è la perfetta conclusione al viaggio spirituale di Rael che, come nelle più classiche narrazioni, è purificato da un fiume. Egli rivede in John se stesso e la propria maturazione per poi svanire nella nebbia violacea.


La grandezza di "The Lamb" si manifestò con le 102 date della tournée che si conclusero nel 1975 contemporaneamente all'abbandono di Gabriel che aveva anche voglia di stare un po' in famiglia. La dipartita del frontman, successivamente sostituito con Phil Collins, portò i Genesis a quella seconda fase della loro carriera criticata da molti - la cosiddetta svolta pop - (anche se i primi due album dell'"era Collins", "A Trick Of The Tail" e "Wind And Wuthering" si mantennero su livelli qualitativi ancora riconducibili all'"era Gabriel"). Per certi versi, visto anche l'imperversare del movimento punk che di lì a poco sarebbe esploso, "The Lamb" si può considerare come l'apogeo del prog classico, il simbolo di un'era e, come la storia ci ha insegnato, dato che a un apogeo fa sempre seguito un declino, fu da quel momento che il prog iniziò a divenire più un esercizio di stile in decadimento.


Tolto ogni dissidio, ogni retroscena e ogni magagna relativa all'opera, ad oggi, "The Lamb Lies Down on Broadway", insieme a "At The Court Of The Crimson King" dei King Crimson, "Close to the Edge" degli Yes, l'eponimo degli Emerson, Lake & Palmer e "The Dark Side of the Moon" dei Pink Floyd, rimane uno dei più fulgidi esempi della meravigliosa stagione del progressive inglese classico. Un'opera monumentale, unica e inimitabile.





Lato A

01. The Lamb Lies Down On Broadway
02. Fly On A Windshield
03. Broadway Melody Of 1974
04. Cuckoo Cocoon
05. In The Cage
06. The Grand Parade Of Lifeless Packaging


Lato B

07. Back In NYC
08. Hairless Heart
09. Counting Out Time
10. The Carpet Crawlers
12. The Chamber Of 32 Doors


Lato C

01. Lilywhite Lilith
02. The Waiting Room
03. Anyway
04. Here Comes The Supernatural Anesthetist
05. The Lamia
06. Silent Sorrow In Empty Boats


Lato D

07. The Colony of Slipperman (The Arrival - A Visit To Doktor - The Raven)
08. Ravine
09. The Light Dies Down On Broadway
10. Riding The Scree
11. In The Rapids
12. It

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