Tarja
The Shadow Self

2016, earMUSIC
Symphonic Metal

Una voce grandiosa e tanto carisma (consapevole). Sono due le variabili principali della funzione crescente del successo di Tarja Turunen, ex voce dei Nightwish. E mentre i suoi ex compagni di band continuano per la loro strada, la bella cantante finlandese pubblica il suo settimo- settimo!- album in studio dopo lo split da Holopainen e soci, indicatore di una carriera solista tutt'altro che stagna.
Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 13/08/16

Articolo a cura di Simone Maurovich e Cristina Cannata

 

Alzi la mano chi era convinto che la possente soprano avrebbe continuato a dominare da sola i palchi europei e a continuare a far venire i lucciconi agli occhi a molti molti e ancora molti amanti del symphonicn metal.  

 

Il settimo album "The Shadow Self" arriva dopo tre anni dall'ultimo "Colours In The Dark", anticipato dal prequel "The Brightest Void" pubblicato a mo' di assaggino qualche mese fa, per aprire lo stomaco a chi non vedesse l'ora di capire cosa Tarja avesse in serbo.
Il titolo sembra essere una naturale evoluzione del precedente, ad essere filosofici, che ci voglia dire che dai colori si passi all'ombra? Sì e no.

 

"The Shadow Self" parte bene, molto bene, con "Innocence", dove le dolci note di un piano introducono e accompagnano per tutto il brano la voce da pelle d'oca della nativa di Kitee: un ritornello catchy e gli acuti della voce coinvolgono, anche se richiamano alla mente le sonorità - già conosciute e sicuramente non nuove- dei Nighwish. Qui ci si fa una vaga idea di come il disco potrebbe proseguire, e invece no. "Demons In You" si apre con uno slap funky che vira poi verso sonorità più hard grazie alla voce di Alissa White-Gluz, frontwoman degli Arch Enemy, ospite in questo brano. Qui Tarja sperimenta l'unione del lirico al growl, un'idea nuova, interessante, che prende, ma che non convince totalmente. E qui ci si fa un'altra idea di come il disco potrebbe proseguire, e invece no. "The Shadow Self" si sviluppa da qui in maniera abbastanza piatta e monotona, eccezion fatta per alcuni brani. Primo: "No Bitter End", già presente nel prequel "The Brightest Void", è una delle poche tracce a dare una spinta diversa a questo album, uno di quei brani che, ascoltandolo, provoca visioni di viaggi nelle distese sconfinate nelle terre scandinave. Secondo: "Supremacy", cover dei Muse: un po' un paradosso se vogliamo -per tutte le ragioni e le polemiche di cui non stiamo qui a parlare-, ma si tratta pur sempre di un pezzo inaspettato, ben eseguito, anche se si è lavorato poco sull'originalità del riarrangiamento; Tarja l'ha proposta durante l'ultimo Wacken Open Air facendo rimanere di stucco tutti i presenti, e le sorprese tendenzialmente ci sono sempre piaciute. Terzo: "Eagle Eye", racchiude una nuova piccola perla per tutti i fan della soprano finlandese, poiché la si sente duettare con il fratello, Toni Turunen; un brano caratterizzato da una connotazione intimista, potente e interessante, dalle ottime possibilità.

 

"The Shadow Self" ha un colpo di coda verso la fine quando le corde vocali di Tarja toccano i tasti giusti, quelli con i quali siamo abituati a sentirla e nei quali è più a suo agio, a partire da "Diva", che ancora riprende le sonorità classiche del symphonic metal, fino alla fine del disco. Un consiglio da parte di chi vi scrive: l'ultima traccia, intitolata "Too Many", potrebbe trarvi in inganno facendovi smettere di ascoltare prima del previsto...Ci siamo capiti vero?

 

"The Shadow Self" è un lavoro che non stupisce a primo impatto dopo un complessivo ascolto, ma che si impegna a mostrare l'eterogeneità delle esperienze e delle idee della soprano: l'album mischia varie sonorità- talvolta non proprio in maniera eccellente- e molti esperimenti con un solo comune denominatore: la voce possente e dominante di Tarja.





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