The Rides
Can't Get Enough

2013, Provogue Records
Blues

Stills, Goldberg e Shepherd: tre leggende si riuniscono in nome dell'amore per il blues
Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 18/07/13

Dover parlare di “album di debutto” e di “band appena formata” all’interno di questa recensione in merito ai The Rides non può che far sorridere: andando a guardare bene chi sono i componenti di questo gruppo ci si accorge che lo star power racchiuso nelle dieci tracce di questo disco è veramente alto. Alla voce ed alla chitarra, nonché mente creatrice di questo progetto, troviamo Stephen Stills, attivo ormai da mezzo secolo, colonna portante di gruppi ormai storici quali Buffalo Springfield e Crosby, Stills, Nash (& Young); alle tastiere vi è un’altra leggenda, Barry Goldberg, attivo anche lui da mezzo secolo nella scena blues e rock di Chicago con gruppi quali The Electric Flag o The Barry Goldberg Reunion. A chiudere il cerchio, anche lui alla chitarra ed alla voce, ci pensa Kenny Wayne Shepherd, il più giovane del terzetto (classe 1977), ma non per questo meno dotato di bravura e già autore di diversi album di successo. A supporto a questa triade troviamo i non meno “stagionati” Kevin McCormick (Jackson Browne, Crosby, Stills & Nash e molti altri) al basso e Chris Layton (già con Stevie Ray Vaughan nei Double Trouble) alla batteria.

Da una band del genere ci si aspetta tranquillamente un capolavoro: a conti fatti questo "Can’t Get Enough" non è un album imprescindibile che rivoluzionerà il mondo del blues ma risulta comunque un gran bel disco da ascoltare. I The Rides preferiscono affidare il loro debutto ad un album spezzato a metà, con solo cinque pezzi inediti, mentre i restanti brani sono cover pescate dal passato più o meno remoto. Avendo due cantanti disponibili, Stills si sobbarca le linee vocali di tutti i pezzi inediti e di una delle cover, lasciando a Shepherd gli altri quattro riadattamenti.

Per quanto riguarda i cinque inediti, l’intento di Stills, Goldberg e Shepherd era quello di ricreare il blues degli anni ’40 e ’50 e bisogna ammettere che il terzetto in questione ha centrato l’obiettivo, riuscendo nel contempo a suonare per nulla in modo datato. “Don’t Want Lies”, “Can’t Get Enough Of Loving You” e “Only Teardrops Fall” risultano sicuramente molto ispirate e “classiche”, nell’accezione più positiva del termine; “Mississippi Road House” è forse la più debole del lotto, anche se la chitarra elettrica risulta molto accattivante, soprattutto con quel suono sporco che acquista nell’assolo a circa metà del brano; la conclusiva “Word Game” è la classica mosca bianca, in quanto scritta negli anni ’60 da Stills: sebbene riadattata per essere suonata da un gruppo con strumenti elettrici, riesce a mantenere intatta la propria carica esplosiva e a trasmettere le sensazioni di una composizione perfettamente calata in un periodo storico (la fine degli anni ’60) caratterizzato da intensi conflitti sociali.

Passando invece alle cover, è da segnalare l’ottima esecuzione di “Search And Destroy”: la voce di Shepherd è perfetta per questo brano di Iggy Pop & The Stooges ed anche le chitarre elettriche risultano graffianti come quelle dell’originale. “Honey Bee” perde il confronto con l’esecuzione di Muddy Waters, nonostante l’ottimo lavoro di Goldberg al piano, ma sia la chitarra (troppo invasiva) che la voce di Shepherd non sono ai livelli dell’originale. Con la cover “Talk To Me Baby” di Elmore James il livello qualitativo si rialza nuovamente, grazie soprattutto all’eccellente lavoro svolto una volta ancora da Goldberg al piano. “That’s A Pretty Good Love” si assesta su un livello medio, pur non riuscendo a raggiungere la personalità dell’originale di Big Maybelle, sia per quanto riguarda la voce (Shepherd in questo caso non riesce a competere e si accontenta di prodursi in una versione pulita e addomesticata), sia per quanto riguarda lo stile, che non scalfisce nemmeno quello molto più sporco e viscerale dell’originale. L’ultima cover, “Rockin’ In The Free World”, proveniente da Neil Young, ex sodale di Stills, è l’unica cantata da quest’ultimo: molto meno rockeggiante rispetto all’originale, gode però di un’ottima opera di riscrittura che dimostra come Stills sia ancora capace di realizzare ottimi brani nonostante i decenni per lui continuino a passare.

E forse questo è proprio il più grande difetto dell’album: in molte parti si sente un po’ troppo preponderante la figura artistica di Stills, quasi come se l’album non fosse dei The Rides ma un suo parto (quasi completamente) personale. "Can’t Get Enough" rimane comunque, nonostante i suoi alti e bassi, un piacevole ascolto, realizzato da grandi artisti e, sia che sia previsto un seguito all’esperienza, sia che invece si riveli un esperimento sul quale non tornare mai più, ne è consigliato l’ascolto, soprattutto agli estimatori degli artisti coinvolti ma anche a chiunque voglia godersi un po’ di buona musica che affonda le proprie radici nel substrato blues e rock che ha dato i natali a tantissimi grandi musicisti, tra i quali ci sono anche i cinque The Rides.



01. Mississippi Road House
02. That’s A Pretty Good Love
03. Don’t Want Lies
04. Search And Destroy
05. Can’t Get Enough Of Loving You
06. Honey Bee
07. Rockin’ In The Free World
08. Talk To Me Baby
09. Only Teardrops Fall
10. Word Game

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