Valkyrie
Fear

2020, Relapse
Stoner rock

Recensione di Isadora Troiano - Pubblicata in data: 24/07/20


Qualcuno dice che lo stoner sia morto, passato di moda, ritornato nel limbo dell'underground. Ebbene, quel qualcuno si sbaglia perché, tra gli altri, sono tornati i Valkyrie dei fratelli Jake e Pete Adams e soci con un bastimento carico di rock desertico, riff granitici e melodie ipnotiche. La band americana torna con "Fear" dopo 5 anni dall'ultimo album in studio e non ci sono dubbi sull'intento con cui lo fanno: un grande disco stoner, in cui il classico sound del deserto si unisce a una composizione più matura e introspettiva per un risultato di grande impatto. Basandosi saldamente sulla struttura dei lavori precedenti, i Valkyrie hanno dato nuova vita al proprio sound dedicandosi in maniera particolare alle melodie, che abbondano in "Fear", chiaramente ispirandosi ai Baroness dell'ultim'ora e, c'è da dirlo, riuscendoci con successo. "Fear" è un disco sfaccettato, che va ascoltato con attenzione per coglierne le sfumature più dettagliate e insite nel tessuto compositivo. Distorsione, riff martellanti e dure linee di basso la fanno da padrone per il primo brano, oltre che primo singolo estratto, "Feeling So Low" ma le linee melodiche più delicate si fanno presto strada nel disco con l'ottima "Afraid To Live" o come nell'altra chicca "Evil Eye", altro singolo scelto per trainare il disco.
La contaminazione del sound anni '70 viene applicata a piene mani sui pezzi dei Valkyrie e contribuisce a un effetto finale di musica e parti vocali efficace e convincente. L'intesa tra i due chitarristi e vocalist fratelli e gli altri due componenti della band, Alan Fary al basso e Warren Hawkins alla batteria, funziona come una macchina ben oliata, il possente contrappunto delle linee di basso che si intreccia con quelle di chitarra, come nel solo di "Fear and Sacrifice", è puntualmente tenuto in piedi dalla batteria creando un suono definito e roccioso, ma anche melanconico e rarefatto, a seconda del caso. Ne è un ottimo esempio"Exasperator", l'ultimo brano dell'album: i delicati arpeggi di chitarra d'apertura, che ricordano quasi un malinconico pezzo country blues, salgono in un crescendo esasperato, che sembra non esplodere mai ma accartocciarsi su se stesso. L'effetto è dato anche dall'assenza della voce, per questo brano conclusivo che chiude il tutto con una piccola gemma. L'unica pecca che si potrebbe trovare, in questo disco, è la struttura dei brani, che a volte risulta molto fissa e ripetitiva, concentrata su inizio lento in ascesa e ritornello seguito da assolo di chitarra. Non si tratta però di un difetto che rende meno godibile l'album, che è perfetto per chi cerca del buono e sano stoner rock di qualità.




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