Verdena
Endkadenz Vol.2

2015, Black Out / Universal
Alternative Rock

Il clamoroso tonfo della band bergamasca.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 31/08/15

C'era una volta un trio di musicisti bergamaschi che soleva incidere i propri dischi all'interno di una casupola denominata "pollaio" in cui risiedevano tante analogiche, quanto affascinanti, strumentazioni. Al termine della composizione del loro sesto LP, il caso volle che si ruppe il registratore a bobine di questo magico luogo di grandi ispirazioni ed i Nostri, pur di non rimanere con le mani in mano in attesa delle riparazioni, si rimisero a correre, e composero un gemello del neonato disco ancora senza titolo.


I protagonisti di questa storia si chiamano Verdena, incidono per una Universal che ha dato loro picche nel rilasciare un altro doppio inciso dopo "Wow", e quindi i Nostri, amorevolmente caparbi come loro solito, decisero di dividere "Endkadenz" in due volumi, da rilasciare a sei mesi di distanza l'uno dall'altro.

 

Con questi presupposti, immaginare che il volume secondo dell'opera si distanziasse dal primo - dal punto di vista della qualità e della resa generale del materiale sonoro - era pura utopia; purtroppo, non è questo il fattore determinante che rende l'operazione "Endkadenz" il più grande disastro della storia sinora impeccabile dei samurai orobici, coloro che si possono considerare - a ragione - la punta di diamante dell'alternative rock contemporaneo Made in Italy.

 

Il presupposto che rende "Endkadenz" quel tonfo che, invero, rende giustizia al titolo (l'Endkadenz è il tuffo dentro il tamburo che si demanda al percussionista al termine dell'esecuzione dell'opera) è il fatto che è (doppio) inciso nato a seguito di un regalo di un peculiare pedale distorsore, da parte di un fan, al frontman Alberto Ferrari, il quale ha ben pensato di scrivere un disco senza porre limite alcuno alla fantasia ed alla disponibilità di strumenti inusuali per la band. Quindi, una pedaliera ricchissima di effetti, ipad a simulare ottoni e basi, una camionata di gente in studio a dare consigli, visioni ed esecuzioni, in una mission declamata con fierezza: "Endkadenz" sarebbe stata monumentale e mastodontica opera di puro istinto.

 

Ora, per chi conosce un minimo i Verdena, si sa che non stiamo parlando della band più ordinata dell'universo, anzi: ciò che rende unico questo power trio è anche il loro non sapersi piegare a nessuna regola. Che sia del music business, del genere musicale proposto, del comportamento che ci si attende da loro: nessuna aspettativa va coltivata coi Verdena, e questo li fa amare da una fetta di pubblico sempre più consistente e - oramai- davvero imponente.


Però, ed è un grossissimo "però": sinora i Nostri sono sempre stati capaci di trovare un delicato equilibrio tra il maelstrom che gira vorticoso nelle loro teste, e la musica che esce dalla rotazione assai meno concitata dei dischi nei nostri impianti.


Con "Endkadenz", purtroppo, questo delicato equilibrio viene spezzato inesorabilmente, e se il volume 1 dell'opera tentava di fornire comunque un minimo di senso musicale e melodico ad alcune delle composizioni che lo animavano ("Un Po' Esageri", "Nevischio", "Sci Desertico", "Derek"), col volume 2 ci ritroviamo di fronte al gemello "Cattivo ed indisciplinato", che non fa altro che accentuare i difetti dell'opera vista nel suo insieme.

 

Difetti che, nello specifico, risiedono in impalpabili intuizioni melodiche, ed un uso sovrabbondante di sovraincisioni e layer che rende il sottile strato di ispirazione ancora più confuso. Non è un caso che, tornando sullo specifico del disco oggetto della Presente recensione, gli unici due brani che si possono definire canzoni sono il singolo "Colle Immane" e "Troppe Scuse". Ma la prima non è altro che una versione 2.0 della già citata "Derek", mentre la seconda nasconde, sotto la sovrabbondanza di effetti di cui i due "Endkadenz" sono ripieni, quello struggimento feroce ed al contempo dolcissimo che caratterizzava il rock del "Suicidio Del Samurai", uno dei massimi capolavori della band bergamasca.


Il resto sono impressioni sonore lanciate alla rinfusa in modo disordinato e scoordinato, divagazioni sommerse in un oceano di distorsioni e vocali allungate ed urla che, francamente, lasciano il tempo che trovano, specialmente per una band come i Verdena che, nel corso della loro quasi ventennale storia, hanno saputo dimostrare più di una volta il loro immenso valore.

 

Troppo Verdena per poter essere apprezzato per davvero per chiunque non sia un adepto esaltato del Sacro Culto che circonda la band (che magari riguardasse solo gli ascoltatori, vi sono sin troppi critici arruolati come gran sacerdoti), "Endkadenz vol. 2" ha il fastidioso sapore della brutta non trascritta in bella, dello scarabocchio fatto con colori di massima qualità usati costantemente fuori dai bordi delle matite, della zuppa cucinata con gli ingredienti sbagliati e che neanche il più grande chef al mondo può sperare di correggere.

 

Fortuna vuole che i Nostri, sempre avanti a tutto e tutti, devono essersi accorti che qualcosa di tremendamente storto è accaduto con quest'opera, ed hanno già dichiarato che questa trilogia discografica immaginaria cominciata con l'oscuro "Requiem" e proseguita sul suo opposto luminoso "Wow" è destinata a finire con "Endkadenz", e che grandi cambiamenti nella musica della band sono attesi nel prossimo futuro.
Deve essere così ragazzi, se non vogliamo cominciare a ricordarci di voi con entusiasmo non per ciò che siete, ma per ciò che siete stati.

 

Nota dell'autore: il voto a fine articolo si riferisce meramente al volume due dell'opera. Il sottoscritto valuta globalmente l'operazione "Endkadenz" con voto pari a 5/10.





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